lunedì 2 settembre 2013

2 - LE AVVENTURE DI UN PICCOLO FASCISTA


Mio padre era un uomo di destra, uno di quelli veri, non così per dire. Ha combattuto la seconda guerra mondiale e non ha mai tradito, rimanendo sempre a fianco dei tedeschi. Fino alla fine. Nella parete più luminosa della sala da pranzo aveva attaccato una gigantografia del Duce. A volte mi faceva un po’ paura: mi impressionava il suo sguardo cupo, infatti non volevo mai restare da solo dentro quella stanza. Passavo di lì veloce e cercavo di non guardarlo per niente. Poi col tempo mi ci sono abituato e diventando grande i miei timori iniziali sfumarono prima in un sentimento di simpatia, poi in assoluta ammirazione. Mio padre era per me come una roccia, anzi di più, una montagna. Ero fermamente convinto che fosse infallibile perché aveva sempre la soluzione giusta a ogni problema. Rappresentava la cosa più solida della mia vita, una certezza assoluta e se era così devoto a quell’uomo, un motivo c’era di sicuro e le ragioni non mi interessavano più di tanto.

In casa l’educazione era molto rigida e la mia famiglia era fondata su due valori assoluti e imprescindibili: ordine e disciplina. Se non rispettavi queste regole le buscavi. Se ti veniva in mente di lamentarti, le buscavi un’altra volta e così fino a quando non ti era entrata in testa la teoria. Mio padre faceva il magazziniere, lavorava per una ditta edile specializzata nella lavorazione della vetro resina, mia madre era impiegata statale. Lavoravano onestamente. Posso dire che non mi facevano mancare quasi nulla e a quei tempi era una bella fortuna perché io abitavo a Napoli e quelli erano gli anni settanta...


A pensarci bene la mia vita era come racchiusa in una bolla di sapone. Vivevo protetto da un ambiente medio borghese, ma gli equilibri che reggevano il sistema che mi circondava erano estremamente fragili. Bastava aprire la porta di casa per essere catapultato in una realtà completamente diversa, dove regnavano il caos e l’arte di arrangiarsi. Eppure il destino ha voluto che io nascessi proprio là, in un quartiere di periferia dove lo Stato era assente o forse nessuno lo voleva tra i piedi. E’ vero che c’era poco lavoro, dominavano il degrado, la criminalità organizzata e l’opportunismo, ma proprio in quegli anni il tenore di vita aumentava un po’ dappertutto, non solo al nord e in un modo o nell’altro, tutti mangiavano. Io penso sia molto difficile descrivere a parole una realtà che puoi capire solo se l’hai vissuta sulla pelle, ma se dovessi fare un paragone mi verrebbe da pensare al mio quartiere come a una giungla dove gli animali si aggirano con uno spropositato istinto di sopravvivenza. Nella mia Napoli vigeva una legge non scritta, ma praticata: mors tua vita mea. Era un posto in cui bisognava essere più furbi degli altri e in cui le famiglie meno abbienti non permettevano ai figli di andare a scuola perché dovevano portare il pane a casa.  Onestamente o meno, non faceva differenza. Ma questi sono solo discorsi, non c’è da impressionarsi. Vorrei cercare di spiegare tutto questo attraverso la mia vita. Allora, forse, qualcuno ne sarà impressionato. Ma prima di iniziare a narrare la mia discesa verso gli inferi, vorrei dire un’altra cosa:  è importante il luogo in cui nasci, la famiglia dove cresci e gli amici che ti scegli sin da ragazzo, perché sono la semina che porterà a fioritura l’uomo che sarai domani.



-guarda che stavolta è diverso.

-cioè?

-non crederai che sia come andare di notte a strappare i manifesti dei rossi?

-di coraggio ne ho da vendere

-non è solo questione di coraggio…

-non ho nemmeno paura se è questo che intendi.

-Fosco, quello che stai per fare, fallo col cuore. Se non lo fai col cuore quelli prima o poi ti fottono.

-…devo farlo col cuore.

-esatto, col cuore. Da questo momento è la cosa che conta di più, perché devi essere disposto a tutto, per quello in cui credi, per l’ideale…

-ok

-adesso andiamo là dentro e gli diamo una bella lezione.

-…

-ehi…

-…

-boia chi molla!


In generale i miei genitori erano contenti di come crescevo. A scuola andavo bene, pur con qualche neo stampato in condotta. Rispetto ai ragazzi della mia età, ero un principino ben educato. La domenica andavo a messa e servivo sull’altare a fianco del prete. Però come ho già detto la mia condizione era legata a fili molto sottili e la bolla che mi avvolgeva avrebbe impiegato pochissimo tempo a scoppiare. Tutto ebbe inizio a causa della politica, una parola  di cui non capivo nemmeno il significato. Guardavo mio padre: per lui la politica era una cosa seria, questione di tutta una vita, fino alla morte se ce ne fosse stato bisogno. Nella mia testa invece, la politica erano le sue idee e lui ne era l’incarnazione vivente. Ero affascinato dalla sua visione del mondo. Era così netta, pura.

Credeva seriamente in una società fondata su valori solidi, anche se ancora era convinto che tutto fosse come ai suoi tempi: non si rendeva conto della portata del cambiamento e che del vecchio sistema ideologico rimaneva ben poco. Erano sorti nuovi contrasti, nuove idee, nuove organizzazioni. Sin da bambino ho respirato ciò che mio padre sognava per la nostra Nazione, proprio lui mi incoraggiava a crederci e a frequentare  certi ambienti. Avevo circa quattordici anni quando conobbi il Fronte della Gioventù, un gruppo di ragazzi molto coraggiosi che prediligevano i fatti alle parole. Mi venne naturale entrarci.


Leone spense la moto poco prima di pronunciare quella frase sacra. Se la ripeteva ogni volta prima di un’azione, gli ricordava tutta quella faccenda del cuore. Non si erano portati dietro nemmeno il passamontagna, avrebbero agito a viso aperto perché il nemico andava guardato dritto negli occhi e quegli occhi se li doveva ricordare bene per poterne aver paura in seguito. Scesero dal mezzo stringendo saldamente la busta di plastica che avevano in mano. Abbandonarono il vespino sul bordo del marciapiede, attraversarono la strada di corsa poi tirarono fuori le lampadine che avevano accuratamente riempito di vernice nera. I compagni di Lotta Continua avevano da pochi giorni ridipinto la loro sede. I muri erano di un bianco brillante che risaltava le ornature rosse, ma soprattutto la falce e il martello formato gigante posti all’ingresso. In un attimo Fosco e Leone entrarono nella sede e presero a lanciare quelle bombe di vernice con una violenza che sapeva di liberazione. Ne scagliarono una decina a testa finchè i muri non erano un colabrodo. Lo fecero senza dire una parola. I compagni comunisti che erano in riunione al piano di sopra scesero a vedere che diavolo stava succedendo. Ma ormai era troppo tardi. La vernice neofascista colava copiosa sulle pareti. Fosco e Leone uscirono di fretta, riaccesero il motorino, ebbero giusto il tempo di alzare il dito medio contro gli sguardi inferociti dei marxisti. Poi schizzarono via, risucchiati dai vicoli stretti della città. La prima vera azione del Fosco era compiuta. L’adrenalina era alle stelle. Forti di quel successo potevano dirigersi verso i loro fratelli che li attendevano trepidanti in piazza. Ciò che sarebbe accaduto dopo era faccenda seria.


Mio padre era fiero di me. Sapere che la pensavo come lui lo riempiva di orgoglio, anche se per lo più era all’oscuro di quello che facevo. Si limitava a dire che non voleva vedermi in galera per aver rubato o per aver fatto una rapina. Per un principio, per un ideale sì, ne valeva la pena

Io ero ancora adolescente, non capivo dove mi avrebbe condotto militare in un gruppo come il Fronte della Gioventù, ma mi piaceva l’ambiente, mi sentivo più grande, mi dava importanza. Il nucleo degli attivisti era molto ristretto, eravamo al massimo una decina e il fatto di essere in pochi era un vantaggio perché difficilmente riuscivano a identificarci. Potevamo strisciare come serpenti intrufolati tra la gente e colpire con la giusta rabbia al momento opportuno. Anche se numericamente eravamo inferiori, tenevamo testa a chiunque, per questo sentivo di stare dalla parte giusta. Credevo che i comunisti fossero la rovina della nostra città, dell’Italia intera. Ero consapevole dei rischi che correvo, ma non immaginavo le conseguenze che poteva portare, anzi non mi interessavano. Non ci pensavo proprio. Il capo sezione si chiamava Leone, fu lui ad accompagnarmi nella mia prima azione contro la sede di Lotta Continua. Era un tipo tosto, un quintale di muscoli e nervi. Gli altri fratelli erano Luigi detto o’Fascista, il Duro, Claudio che tutti chiamavano o’Nero, Pantera, i due fratelli Gennaro e Mimmo, Caloggero e Antonio meglio conosciuto come il Tenero (anche se tenero non lo era affatto). Io, Fosco Logiudice, ero il più piccolo, l’ultimo arrivato, ma non per questo meno arrabbiato degli altri.


Alla manifestazione accorsero centinaia di persone, forse migliaia. Era un’occasione speciale perché avrebbe parlato l’Onorevole Almirante. C’erano moltissimi militanti di destra più o meno moderata che volevano ascoltare le parole del grande leader del Movimento Sociale Italiano. Anche il Fronte della Gioventù era presente, all’appello mancavano solo Fosco e Leone che giunsero di lì a poco in sella a una Vespa. Le parole di Almirante erano di fuoco e incendiavano letteralmente gli animi dei presenti, soprattutto dei giovani che dovevano essere “pronti all’attacco”al vecchio grido di battaglia “credere, resistere, combattere”. Negli occhi dei presenti si leggeva una certa commozione: non capitava tutti i giorni l’occasione di ascoltare le parole di un uomo così carismatico che aveva fatto la storia della destra in Italia. Alcuni lo consideravano l’erede spirituale di Benito Mussolini. La sua bocca sputava rabbia contro la minaccia comunista ed esaltava le sue ragioni politiche. Fu proprio nel bel mezzo della manifestazione che uno sciagurato compagno filosovietico passando a fianco del corteo alzò il pugno e il suo gesto fu visto dai Fratelli del Fronte. In un certo senso se l’era cercata, ma la reazione dei neofascisti non fu di certo benevola. Fosco fu il primo a partire, voleva dimostrare il suo valore. In pochi balzi tutto il gruppo fu addosso al malcapitato che non poté far altro che incassare a ripetizione la sfilza di calci e pugni che lo colpirono. C’era anche un gruppo di celerini nei paraggi, ma non intervennero. Fecero finta di nulla, si voltarono dall’altra parte. Forse giudicarono non saggio prendere le difese di un folle in mezzo a quella bolgia di esaltati, poteva venirne fuori un massacro.



Un giorno, di ritorno da una manifestazione in piazza, mi fermai  nella sala da pranzo, guardai dritto negli occhi il Duce stampato nel manifesto e per la prima volta mi resi conto che le mie paure erano svanite. Feci una specie di sorriso perché dentro di me sapevo che stavo per nascere di nuovo. Volevo diventare un uomo di destra, uno di quelli veri, come mio padre. I miei Fratelli ormai mi consideravano uno di loro; all’inizio mi tenevano in clandestinità, non volevano che mi iscrivessi al movimento per ragioni di sicurezza. Leone diceva che il mio nome non doveva comparire in nessun documento ufficiale, per il momento era meglio così. In ogni caso avevo il divieto assoluto di parlare delle nostre azioni. Non dovevo dire a nessuno ciò che facevo perché se ci scappava il morto poi erano guai e la morte in un certo tipo di guerra era da tenere in conto. Sapevo che prima o poi poteva accadere. Anche a me.


Dopo l’assalto delle lampadine nere i Fratelli si aspettavano una reazione. La tensione era altissima e tutti tenevano la guardia alta. Anche quando giravano per strada gli occhi erano ben aperti, pronti a difendersi in ogni momento. Ma la loro determinazione era tale che decisero di non attendere una contromossa. Bisognava coglierli di sorpresa. Alla fine vinse la linea dell’accanimento. Dovevano colpire il ferro finché era caldo. E colpire forte.


Dentro al furgone salirono quasi tutti, all’appello mancava solo Pantera bloccato a casa da febbre e diarrea. Erano molto eccitati, consapevoli che la loro forza aumentava ogni giorno di più, specialmente a livello  mentale. In quel periodo le loro azioni si erano fatte sempre più violente, ma era giunto il momento di dare un segno potente che sancisse in maniera definitiva la loro supremazia. I rossi di Lenin dovevano capire che per loro non c’era più spazio. L’obiettivo nel mirino era di nuovo la sede di Lotta Continua, ancora segnata dalle bombe nere scagliate da Fosco e Leone. Si aprì in fretta lo sportello laterale del furgone scuro, scesero otto ragazzi, uno rimase al posto di guida; chi passando  vide quella scena capì in un millisecondo che doveva tornarsene da dove era venuto. Il piano era molto semplice: picchiare, fare molto male e radere al suolo la sezione o detto in altri termini, mordi e fuggi, guerriglia urbana, entrare, menare chiunque e qualunque cosa. La sostanza di quell’azione era riassunta nel loro assetto da guerra, un vero arsenale di armi bianche: catene, bastoni, manganelli, coltelli a serramanico, pugni di ferro e odio da vendere. Si erano preparati a dovere, ma in realtà non sapevano quanti nemici ci fossero là dentro. Però erano armati a puntino e preparati allo scontro quindi il fattore sorpresa giocava dalla loro parte. Fu uno spettacolo freddo e consumato in pochi minuti, i colpi degli assaltatori si susseguivano a ripetizione senza dare fiato ai giovani comunisti presi alla sprovvista. Tra le urla di dolore e gli slogan nazisti c’era chi tentava di fuggire e chi provava a rispondere all’attacco, ma con scarso successo. I Fratelli ne lasciarono a terra parecchi che poi furono portati all’ospedale. Gli arredi della sezione erano completamente frantumati. Mentre risalivano sul furgone che sgasava a più non posso, Caloggero cosparse di benzina l’ingresso mentre il Tenero tirò fuori una pistola lanciarazzi, colpì l’insegna posta all’esterno della struttura e con essa esplose anche l’ultimo frammento ancora integro di quella battaglia ideologica che purtroppo non aveva ancora visto il suo epilogo.


Poi, un giorno come tanti altri, qualcosa dentro di me si ruppe per sempre. Come una ferita profonda che non avrebbe più smesso di provocarmi dolore. Arrivai a casa e vedendo mia mamma piangere in quel modo capìì immediatamente: mio padre ci aveva lasciati per sempre. Mi disse tra i singhiozzi che un malore lo aveva stroncato mentre lavorava in fabbrica. Fu un vuoto improvviso, io avevo sedici anni, ero ancora un ragazzo. Non cercavo una spiegazione di fronte a un fatto che di spiegazioni non ne può avere, ma se fino ad allora avevo mantenuto una sorta di ragionevolezza nelle mie scelte di vita, venendo a mancare la persona che amavo di più e che ammiravo come un eroe, da quel momento mi si annebbiò la vista del cuore. Sicuramente divenni più cattivo e spietato, ma con altrettanta certezza posso dire che da quel momento non sapevo più esattamente dove volevo indirizzare la mia vita. Appena diventai maggiorenne andai a vivere da solo.



Se Luigi tutti lo chiamavano o’Fascista era perché certe idee le aveva proprio nel sangue, un sangue che messo di fronte a certe situazioni ribolliva come una stufa. Aveva talmente interiorizzato la dottrina cara ai Fratelli che gli bastava vedere uno che nel modo di vestire o di camminare gli ricordava un comunista che subito si metteva in agitazione. Un giorno stava tranquillamente seduto in fondo all’autobus quando salì il segretario del Fronte dei Giovani Comunisti in persona, un certo Vitaliano Antonio, a quanto pare diretto all’università, dato che tra le braccia stringeva dei libri. Luigi o’fascista non ci pensò due volte, si avvicinò e iniziò a sfotterlo e a imprecare non con dolci parole. Antonio reagì in maniera pacata chiedendo di non essere più disturbato, ma questo fu sufficiente per scatenare in Luigi un’irritazione feroce. Cominciò a spintonarlo, la gente attorno invece di prendere le sue difese si allontanava. Gli fece cadere i libri, gli strappò gli occhiali di dosso e glieli schiacciò con i suoi pesanti anfibi neri, poi prese a schiaffeggiarlo. L’autista si accorse della rissa che si era accesa e fermò l’autobus di colpo, questo provocò ancora più movimento e Luigi partì con un paio di pugni in pieno viso, poi fuggì. Antonio non riuscì a difendersi, incassò i colpi uno dopo l’altro, ma a bassa voce continuava a ripetere “questa me la paghi sporco fascista”.

Così avvenne che qualche giorno più tardi, mentre Luigi camminava da solo in un vicolo molto stretto del quartiere, due ragazzi coperti in volto lo presero alle spalle e volendogli dare una lezione per vendicare il compagno Vitaliano cominciarono a colpirlo alla schiena con due bastoni. La reazione di  Luigi non si fece attendere, in un lampo tirò fuori la sua Berta e la puntò in faccia ai due aggressori mantenendosi calmo come un budda. Questi rimasero impietriti, fecero cadere a terra i bastoni e iniziarono a tremare dalla paura. Ormai piangevano. Luigi ancora una volta non disse nulla, li aveva splendidamente colti di sorpresa. Dopo qualche secondo che parve una vita con la pistola ancora ben salda tra le mani fece cenno ai due di andarsene. Sotto i baffi rideva di orgoglio. Dopo qualche istante di esitazione i seguaci di Stalin si girarono e fuggirono di corsa. Poi Luigi, tanto per togliersi l’ultimo sfizio, quando ancora erano a dieci metri di distanza prese bene la mira e sparò due colpi. In aria, dritti verso il sole.


All’epoca se uno era di sinistra lo capivi subito, non c’era bisogno che te lo dicesse: quelli giravano con l’Unità in tasca, avevano i capelli lunghi, i borselli a tracolla. Noi camminavamo diversamente, leggevamo il Secolo d’Italia e andavamo sempre armati. Abitavamo nella stessa città, calpestavamo le stesse strade, ma ognuno aveva il suo territorio e sia noi che i comunisti ne cercavamo l’egemonia con l’uso sistematico della violenza. La struttura del nostro quartiere era molto semplice: un viale centrale di circa seicento metri con la piazza e il suo Municipio posti nel mezzo. Alle due estremità si trovavano la nostra sezione (zona nord) e quella dei nostri nemici storici di Lotta Continua (ovviamente nella zona sud). Attorno allo stesso viale si sviluppava un notevole labirinto di strade e stradette sovrappopolate, ma le nostre non erano le uniche sedi politicamente attive presenti nel territorio: a cento metri dalla nostra sezione si trovava il Partito Socialista, poco distante c’erano anche due sezioni del Partito Comunista e una dell’MSI. Per non parlare di tutti gli altri gruppi che agivano perlopiù in clandestinità: c’erano i movimenti di sinistra come Potere Operaio, Prima Linea, le Brigate Rosse e quelli di destra, Ordine Nuovo e il Fronte Universitario di Avanguardia Nazionale, insomma, non ci facevamo mancare nulla. La questione territoriale era di vitale importanza. Difendere i propri spazi significava avere a cuore le proprie idee, danneggiare e disprezzare il territorio nemico divenne un’ esigenza del nostro gruppo per dimostrare la nostra forza.


In mezzo a tutto il caos che si era creato, tra botte e aggressioni continue, sapevamo che prima o poi anche i nostri nemici si sarebbero organizzati  per vendicarsi dei nostri attacchi: faceva parte del gioco, se così si può dire.

Una sera avevamo organizzato un incontro pubblico in un vecchio cinema che affittavano per pochi soldi. Quel tipo di iniziative faceva parte della nostra propaganda culturale: se volevi che il mondo cambiasse davvero era necessario riempire la testa della gente con idee chiare e convincenti. Nel bel mezzo della serata vennero a dare l’allarme: “La sezione va a fuoco, presto, sta bruciando tutto!” Ci precipitammo verso la sede col cuore in gola, ma ormai era troppo tardi. Ci avevano colpito al cuore. I pompieri stavano tentando di domare le fiamme, ma sembrava una lotta impari in cui pompe ed estintori nulla potevano contro quell’apocalisse. Con l’aumentare del calore e della violenza degli scoppi saliva anche la nostra rabbia che decidemmo di sfogare nell’unica maniera possibile: il contrattacco. Ormai avevamo campo libero, non ci avrebbe fermato più nessuno, quei comunisti fricchettoni avevano firmato la loro condanna a morte. Fu una notte indimenticabile, una vera e propria caccia all’uomo. Dove si beccavano, lì bisognava lasciarli a terra. Tornammo a casa stremati. Non avevamo più una sede.


Quella dei Fratelli del Fronte della Gioventù era una scelta di vita radicale. Spesso senza compromessi. Per loro era come inseguire un sogno per il quale valeva la pena mettere in gioco interamente la propria vita. Anche a costo di rinunciare a qualcosa di sé. Questo pensiero era uno dei punti forza che giocava a loro favore: dietro ogni battaglia vinta c’era il dare tutto, il metterci l’anima. Tutto ciò rese possibile la nascita e la crescita di un gruppo così compatto e coeso come lo era il Fronte. Che pure un punto debole ce l’aveva. In principio era visto soltanto come una bravata, ma in seguito avrebbe assunto proporzioni enormi e sarebbe completamente fuggito dal loro controllo divenendo un serio problema. Questo punto debole era la droga. All’inizio facevano uso di sostanze secondo lo stile fascista, qualche canna, anfetamine  e coca da tirare, ma in maniera limitata, un po’ di nascosto. Essere fattoni era da comunisti quindi se ne guardavano bene. In ogni caso la droga fu come un nuovo componente del gruppo che si insinuò gradualmente e andò a far danni nelle relazioni tra i componenti, nel modo di leggere la realtà e il rapporto con se stessi, con gli altri e col mondo.

Una sera Fosco sentì bussare alla porta del suo appartamento. La prima volta non rispose. Bussarono di nuovo.

-chi è?

-siamo due compagni, non siamo armati, vogliamo solo scambiare due parole.

Decise di farli entrare.

-che minchia volete?

-tranquillo, vogliamo solo parlare…

-con voi non ho nulla di cui parlare.

-infatti tu devi solo ascoltare, a parlare ci pensiamo noi.

-…

-noi vogliamo solo metterti in guardia. Piantala di cacciarti in certe situazioni pericolose. Fatti i cavoli tuoi e lasciaci in pace.

-non so di che parlate.

-si che lo sai, non fare il furbo. Sappiamo benissimo chi sei, di che branco fai parte e quanto vi piace a voi camerata venirci a scassare i coglioni!

-modera i toni e portami rispetto!

-proprio tu ci vieni a parlare di rispetto, quando il tuo passatempo preferito sembra quello di andare in giro a gonfiare chi non la pensa come te.

-continuo a non capire.

-sei avvertito, spero che il messaggio sia arrivato chiaro e se vuoi te lo ripeto: non ci rompere i coglioni! La prossima volta non te lo diremo così gentilmente, consideralo un favore…

-d’accordo, vi ringrazio, ho recepito il messaggio.


Una sera due di quei comunisti vennero a casa mia a farmi la predica. Mi chiesero gentilmente di non dare loro più fastidio. Volevano fare i duri. Pensavano di avermi intimorito, come se tutto fosse un gioco. Non avevano capito proprio niente. Li ringraziai, li accompagnai alla porta e mi preparai per uscire. Dovevo dargli un altro segnale, ribadire il concetto, mettere i puntini sulle “i”. Mi fiondai sotto casa del loro capo sezione a viso scoperto con una bomboletta spray in mano. Dopo aver individuato la sua macchina scrissi “PORCO” a caratteri cubitali sul cofano e la sfregiai con un cacciavite. Però qualcuno dalla finestra dei palazzi vicini mi notò e avvisò il capo sezione che dopo pochi minuti mi trovai davanti con una faccia da vero scemo. Non riusciva a credere ai suoi occhi. Ma io non gli lasciai nemmeno il tempo di riordinare le idee. Lo presi per il collo e lo alzai da terra. Proprio in quel momento passava una macchina e glielo scaraventai contro. L’auto inchiodò all’ultimo istante e non lo investì per un soffio. Poi presi una sedia di un bar e gliela spaccai in testa. Lo lasciai accasciato a terra dolorante e me ne tornai a casa.


In piena notte la polizia entrò nel rione con le Ritmo in borghese a sirene spiegate, sapevano chi cercare e anche dove lo avrebbero potuto trovare. Fosco vide la scena dai fori di una tapparella nel suo appartamento al secondo piano. Se lo aspettava: picchiare il numero uno dei giovani rossi non era un gesto che poteva restare nell’ombra. Quegli infami avevano avvisato gli sbirri e ormai non aveva via di scampo. Era giunto il momento di pagare il conto. Così decise di evitare perquisizioni nell’appartamento e uscì senza farsi vedere dalla finestra e si consegnò volontariamente agli agenti. Disse “sono io”, ma forse non c’era nemmeno bisogno di dirlo. Lo ammanettarono e lo condussero in Questura dove lo interrogarono. Sei mesi di condizionale per rissa aggravata e porto e detenzione di arma bianca, pena sospesa per cinque anni. Per sua fortuna in carcere rimase solo sette giorni.


Sette giorni a Poggio Reale nel Padiglione Napoli mi bastarono per convincermi che non ci sarei voluto tornare più. Era un posto bruttissimo, un contesto che non mi apparteneva. Non potevo nemmeno cercare di farlo mio in qualche modo e stavo con gente che aveva commesso reati che non concepivo. Poi c’è da dire che ero ancora un ragazzino di diciotto anni: avevo ancora una vita davanti a me e infatti dopo quell’episodio decisi di cambiare qualcosa. Feci la scelta di stare un po’ più calmo e di osservare se le cose si sviluppavano a nostro favore. Essere in pochi e sempre gli stessi a lottare in prima linea non sempre ti da grosse soddisfazioni a livello di sezione. Era necessario fermarsi a riflettere un attimo. Così mi cercai un lavoro.

Andai a lavorare, ovviamente in nero, da un elettricista proprietario di una piccola ditta. Non avevo chissà quali aspettative, ma almeno avrei imparato un mestiere e mi sarei guadagnato onestamente da mangiare. Al termine della prima settimana di lavoro incassai venti mila lire. In pratica non mi sarebbero bastati nemmeno per pagare i biglietti dell’autobus, quindi decisi di andarmene. Non mi conveniva proprio.

Dopo pochi giorni iniziai la mia seconda esperienza lavorativa con la Croce Azzurra, una società di ambulanze private. Quella che dal nome potrebbe sembrare una più che nobile attività di assistenza sanitaria, al contrario nascondeva una realtà bruttissima che non mi sarei mai immaginato e che non vorrei più ripetere al mondo. Ogni volta che una persona muore in un incidente, per legge devi portarlo in ospedale, ma spesso accadeva che la famiglia del defunto voleva a tutti i costi averlo a casa e chiamava la Croce Azzurra perché mettesse a disposizione il suo servizio. Quindi si fingeva che la persona fosse ancora viva e davamo una mancia all’infermiere di turno che ci consegnava il corpo. A quel punto gli legavamo una flebo al braccio e lo mettevamo nel nostro lettino un po’ coperto in modo da non destare sospetti. Poi lo portavamo ai familiari che in genere ci pagavano anche bene. A me tutto questo non piaceva perché prima di consegnare il corpo dovevi dire che avresti fatto il servizio, ma era un rischio grosso ed era necessaria una certa somma. Solitamente il loro dolore era così grande che pur di avere a casa la salma non stavano nemmeno a contrattare sul prezzo. Per non parlare di quando caricavamo dei feriti o persone in fin di vita: io ero giovane e assolutamente inesperto senza nessuna nozione, non conoscevo nemmeno l’abìcì del pronto intervento e pure i miei colleghi erano nelle mie condizioni. Se dovevamo rianimare qualcuno non sapevamo assolutamente dove mettere le mani. Era tutta una pagliacciata. Forse quello con più esperienza ero io perché in quel periodo, dopo essere uscito dal carcere, avevo iniziato a farmi la cocaina in vena perché dava più botta e la mia esperienza legata alla droga in quei momenti poteva tornarmi utile. Se trovavamo qualcuno in arresto cardiaco per esempio sapevo grosso modo come muovermi, ma solo per esperienza personale, vissuta sul mio corpo. Insomma erano più i danni che altro, sempre col morto dietro. Terrificante. E questo era uno dei pochi lavori onesti a Napoli: capii che lavorare non poteva essere la mia strada.


L’esperienza di Poggio Reale fu come uno spartiacque nella vita di Fosco. Le cose non sarebbero più tornate come prima. Inizialmente tentò di lavorare, ma le circostanze non gli consentirono di perseguire quel sentiero. A Napoli era molto più facile trovare altre vie, non di certo legali, ma che per lo meno ti garantivano di mangiare tre volte al giorno. Ecco il famigerato istinto di sopravvivenza che ti spinge a fare cose che altrimenti non faresti mai. Oppure a volte interviene anche il caso che ti mette davanti agli occhi una scelta, un bivio in cui decidere quale direzione prendere. In quei casi devi essere molto forte. Anche Fosco si trovò a dover fare una scelta: e le cose andarono più o meno così:

-cosa stai facendo?-disse Fosco a suo cognato.

-non lo vedi da solo?

-cos’è quella roba che ti spari?

-che te frega?

-me ne frega, eccome.

-non è roba che fa per te…

-eroina?

-sei un indovino, cazzo!

-quella roba ti uccide…

-sei venuto per farmi l’omelia? Lascia perdere…ti conviene…

-non lascio perdere niente.

-si, lascia perdere ti dico…

-da quanto tempo è che ti fai?

-ti giuro che non me lo ricordo.

-guarda che non ne esci più.

-e io ti dico invece che smetto quando mi pare. Anche adesso se voglio.

-non ci credo.

-non crederci…

-io ti voglio solo aiutare.

-Fosco non t’immischiare con questa storia!

-dico sul serio

-molto gentile da parte tua, comunque so badare a me stesso.

-dammene un po’…

-cosa?

-ho detto dammene un po’…se è vero che smetti quando vuoi ci entro anch’io, così ne usciamo insieme…


La droga mi ha portato a perdere gli ideali. I valori per cui mi ero battuto andarono in mille pezzi e nel giro di poco tempo persi il contatto con l’attivismo politico. Anche altri Fratelli lasciarono il gruppo in quel periodo e il Fronte della Gioventù si sciolse. Qualcuno si aggregò a nuovi movimenti, molti come il Duro e Mimmo sono morti per overdose, altri ancora si sono affiliati alla criminalità organizzata. E io per poter sopravvivere mi trovai costretto a iniziare a rubare e i furti divennero in breve tempo una necessità: mi servivano soldi per comprare la droga. Io non sapevo fare a rubare, ma conoscevo un amico che aveva una lunga esperienza e con lui iniziai un nuovo capitolo della mia carriera criminale. Facevamo furti e scippi in continuazione. Rapinavamo poste, tabacchi, farmacie, alimentari, negozi di biancheria, ricambi auto. Io entravo e il mio socio aspettava fuori. Solitamente mi presentavo vestito normalmente con aria tranquilla,  guardavo com’era la situazione e tirando fuori la pistola con un colpo in canna chiamavo la rapina. Semplicemente dicevo “non vi muovete e tornate a casa, non vi facciamo male vogliamo solo i soldi, che nessuno faccia l’eroe sennò gli sparo addosso”. Non ho mai detto “questa è una rapina”, quelle sono frasi da film. Poi controllavo alla svelta che nessuno fosse armato e a un mio cenno il mio amico entrava e passava a raccogliere i soldi. Il commesso di turno doveva tenere le mani sul banco e uscendo ordinavamo che nessuno si voltasse. Tutto qui.




Era un caldo pomeriggio d’estate. Fosco e altri due soci avevano intenzione di ripulire un appartamento, approfittando del fatto che molte famiglie andavano in vacanza. Si erano assicurati che in casa non ci fosse nessuno. Questo genere di furti era abbastanza redditizio perché oltre a raccogliere tutto il denaro contante che trovavano in giro potevano anche rivendere un sacco di roba al mercato nero. Elettrodomestici, quadri, oggetti di valore. Era una pratica ormai collaudata.

Entrarono forzando una porta sul retro. La casa apparteneva a persone abbastanza ricche. C’era talmente tanta roba interessante che persero tempo a scegliere le cose da portare via e da caricarsi in macchina. Qualcuno sentì dei rumori, si insospettì e chiamò la polizia. Appena i tre ladri si accorsero di essere stati beccati scapparono, lasciando lì tutta la refurtiva a parte un piccolo gruzzoletto di denaro. Il problema era che tutti e tre erano in astinenza, quindi gli mancò un po’ di lucidità, quella necessaria per fare sempre la cosa giusta al momento giusto. I poliziotti arrivarono a sirene spente e se li trovarono davanti mentre risalivano sull’auto, fu un contato visivo.

La polizia gridò “Fermatevi!”. Tutti e tre scesero in fretta e furia dalla macchina e iniziarono a correre ognuno in direzioni diverse. Gli agenti per fortuna non spararono nemmeno un colpo di avvertimento. Fosco correva con tutto il fiato che aveva in corpo, ma si accorse immediatamente che seguivano proprio lui e avevano rinunciato a correre dietro agli altri soci. Fosco tentò di nascondersi, ma l’astinenza iniziava a rendersi insopportabile. Si lasciò cadere in mezzo a due cassonetti, in un mucchio di spazzatura, ma in poco tempo lo raggiunsero. Stava malissimo, un po’ per lo sforzo, l’astinenza e la puzza dei rifiuti iniziò a vomitare. Per la seconda volta lo ammanettarono. Nel corso dell’interrogatorio non fece il nome degli altri,  per questo gli diedero la pena più alta.

-chi c’era con te?

-nessuno, non li conosco.

- come? Vai a rubare con gente che non conosci?

-e perché? Ci siamo incontrati in un bar dove c’è gente che si fa e uno di loro aveva la macchina. Mi ha proposto di andare a fare un po’ di soldi e basta. Quindi non so i nomi e neanche dove abitano. Se volete dei nomi falsi ve li do pure, ma avete preso me, sto qua!

Gli diedero tre anni. I primi quattro mesi tornò all’inferno di Poggio Reale, poi venne trasferito in Sardegna, un altro carcere orrendo. Lì le guardie sui manganelli scrivevano MINIAX, VALIUM oppure METADONE e ogni tanto passavano nelle celle a chiedere se qualcuno stava male e aveva bisogno di qualche farmaco che passando dall’infermeria glielo avrebbero dato molto volentieri e anche in quantità.


Quando mi arrestarono per la seconda volta ero un uomo finito, votato alla morte. Mi ero lasciato catturare da una fiera che dopo avermi ingoiato mi trascinava sempre più dentro la sua pancia. Così il carcere non ebbe nessun effetto rieducativo su di me, anzi, mi insegnò ad essere ancora più insensibile alla vita. E il secondo arresto fu seguito da un terzo, da un quarto, un quinto, un sesto… ho perso il conto e girato le case circondariali di tutta Italia. Ho commesso una valanga di reati, errori imperdonabili, arrivando a non avere più nulla, nemmeno la stima in me stesso. Credevo di aver toccato il fondo. Troppe volte ho meditato la mia fine, ma dentro di me c’era sempre un flebile luce di speranza. Cercavo un riscatto, che non arrivò mai: il capitolo seguente della mia storia, vissuto a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, mi dimostrò che potevo scendere ancora più in basso, in un posto disumano, più vicino agli inferi che al mondo reale. E’ stato un periodo tormentato in cui ho combattuto una vera e propria guerra organizzata e radicata nell’odio più profondo e che non desidero più ricordare. Quello fu il mio BUCO NERO. E per adesso preferisco non aggiungere altro.


Quello che Fosco ha sempre definito il suo BUCO NERO rappresentò il culmine della sua esperienza a Napoli. Alla fine passò quasi 20 anni dietro le sbarre e nell’ultimo periodo fu trasferito proprio qui, a Basùra, dove ha cercato di rifarsi una vita. Ma oggi paga ancora il prezzo delle sue scelte. Ha soltanto una misera pensione d’invalidità civile che deve farsi bastare per tutto il mese. Molte volte mi capita di vederlo in fila alla mensa del povero. Lo stato di salute è disastroso, non gli consente di fare grossi sforzi, tanto meno di lavorare e il suo corpo ogni giorno si ribella a tutto il veleno che ha assorbito nel corso degli anni. La grinta, la forza e il coraggio sono solo un vecchio ricordo, ma ogni tanto riaffiorano nella memoria di Fosco come cicatrici indelebili. A me invece, piace ricordarle così, come le avventure di un piccolo fascista che  invecchiando, vorrebbe solo un po’ di pace.






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