sabato 18 agosto 2012

SARAJEVO 1992

 
Circa vent’anni fa nella sponda Adriatica opposta alla nostra scoppiava l’inferno. Cominciava la dissoluzione della Repubblica Federativa di Iugoslavia. Dopo la secessione della Slovenia e i primi grandi scontri in Croazia, la guerra più atroce si scatenò in Bosnia Erzegovina. Iniziò il 6 aprile 1992 e causò più di novantamila morti.
    All’epoca dei fatti tutto sfilava su milioni di teleschermi. Gli orrori della guerra divenivano un atroce spettacolo e mobilitavano l’opinione pubblica in favore della pace.
    Anch’io ero uno dei tanti spettatori, ma da quando ho conosciuto Azra, dal momento in cui ho ascoltato il suo racconto, il giorno in cui ho visto i segni che le sono rimasti appiccicati addosso, ho fatto un viaggio tremendo tra le macerie di Sarajevo. Ho sentito le grida, ho visto scorrere il sangue, ho assistito a decapitazioni e torture, ho percepito la paura dentro gli occhi delle vittime di una follia assurda e dilagante.
    Nel 1992 Azra aveva ventisette anni. Era una donna molto bella. Casalinga, bravissima a cuoca, le piaceva passeggiare tra i banchi del mercato la domenica mattina.
    Suo marito Damir faceva il camionista per conto di una ditta di trasporti. Era un grande lavoratore, non si risparmiava pur di portare a casa il pane. Certo la paga non era un granché, ma permetteva loro di vivere in maniera dignitosa.
    Si erano conosciuti da ragazzi durante una festa organizzata dalla scuola. Fu tutta una questione di sguardi, ma da quegli sguardi nacque un grande amore. E quel grande amore diede alla luce Tarik, che nel 1992 aveva cinque anni. Non potevano nemmeno immaginare che da lì a poco la loro vita sarebbe cambiata; almeno, non in un modo così traumatico e allucinante.
    Il paese di Azra, che ha visto gli orrori del nazifascismo prima e la semi-dittatura di Tito poi, ha una popolazione in cui spiccano principalmente tre "etnie": i musulmani, i serbi e i croato, che nella capitale Sarajevo convivono gomito a gomito. Ma alcuni politici nazionalisti hanno gettato benzina sul fuoco dei contrasti etnico-religiosi: i serbo_ortodossi che sognavano la Grande Serbia, volevano assicurarsi il dominio politico e per farlo misero in pratica la teoria della pulizia etnica, forti del potere militare che detenevano.
    Un giorno d’aprile le forze serbe entrarono in azione: iniziarono a colpire duro, seminando morte tra la popolazione civile. Nelle campagne anche con l'intervento di bande paramilitari vennero organizzate stragi e deportazioni, i corpi gettati in fosse comuni, i villaggi dati alle fiamme e le donne violentate. Un inferno. Per Azra la speranza di un avvenire sereno costruito insieme alla propria famiglia si sgretola velocemente.
    Nel gennaio 1993 una pioggia di bombe e granate cade sulla casa dei genitori di Azra, uccidendoli. Non c’era uomo né donna di Sarajevo che non piangesse almeno un parente. Era una verità che avresti voluto dimenticare, ma che purtroppo viveva dentro di te insieme alla paura che da un momento all’altro l’obiettivo dei colpi potevi essere tu o chi ti stava a fianco.
    In agosto anche Damir viene ucciso. Un cecchino con un fucile di precisione lo centra alla testa. Il dolore di Azra è infinito. Non ha senso più nulla, tutto è dolore, tutto è inutile, ma per amore di suo figlio è decisa a stringere i denti. Ogni notte piange abbracciata a Tarik, l’unica cosa che le rimane, e Allah perché quell’incubo possa aver fine.
    Un anno dopo la scomparsa del marito le cose non sembrano migliorare. Azra sta seriamente pensando di fuggire, ma con quali mezzi? Con quali prospettive? Tarik potrebbe sopportare una fuga a così alto rischio? Il 5 febbraio 1994 avrà la risposta…
    Nella piazza dedicata a Tito ogni giorno accorrono centinaia di persone perché vengono distribuiti pane e latte. Disposta su due file una lunga processione di gente affamata avanza sin dalle prime luci dell’alba.
    Quando c’è il pericolo di assalti suona una sirena e tutti fuggono a cercare riparo da qualche parte. Azra vuole portare a casa delle provviste, perché uno dei problemi più seri è proprio la mancanza di cibo. Così quel giorno prende con sé Tarik e si avvia verso la piazza. Si trovano a poche decine di metri…
    "All’improvviso un boato, crepe, fischi, strappi, sonno, caldo, tanto caldo e bruciore negli occhi. Un istante dopo sono per terra, le gambe non mi hanno sostenuta, ho sbattuto il ginocchio mi fa un male cane. Mio figlio, dov’è mio figlio? Cosa diavolo è successo? Tremo, che paura, Tarik dove sei? C’è stata un’esplosione, dove sei Tarik? Ho dolore dappertutto. Eccoti, vieni qui, c’è la tua mamma, non ti preoccupare andrà tutto bene. Perché? Perché? Quando finirà questa guerra? Tarik come stai, stai bene? Dai su, perché non rispondi? Apri gli occhi, mio Dio, fallo per la tua mamma, dimmi qualcosa, ti prego! Perché dobbiamo sopportare tutto questo? Ecco, bravo, così, apri gli occhi, adesso è passato, mi senti Tarik? Mi senti? Dobbiamo andare via da qui, prima che si può. Andrà tutto bene. Ecco, non piangere, stai tranquillo, ce la facciamo, bravo. Ma si, piangi pure, ecco, stai qui con la tua mamma. Piangi. Piangi"
    Azra era tutta concentrata su suo figlio e non si era preoccupata tanto di tutto il resto, ma a un certo punto, dopo essersi assicurata che Tarik era vivo e stava abbastanza bene, alzò lo sguardo e vide l’enorme nuvola di fumo e cenere che avvolgeva tutto. Due granate avevano centrato in pieno la piazza e loro erano miracolosamente sopravvissuti. Si alzò da terra. Un po’ alla volta la nebbia si diradò lasciando intravedere uno spettacolo orrendo: quello che videro quei quattro occhi impauriti furono corpi, anzi pezzi di corpi sparsi, ammucchiati in disordine uno sopra l’altro, legati insieme da fiumi di sangue. Teste, braccia, gambe, tra lancinanti grida di dolore. Vomito, preghiere, bestemmie, uomini, donne, bambini mutilati, la follia dentro agli occhi, follia pura. L’apocalisse. Più di settanta morti e oltre duecento feriti.
    Azra strinse a sé il figlio e gli coprì gli occhi. In quel momento Tarik smise di parlare. Per venti giorni non parlò più. Il suo sguardo sembrava essersi perso dentro quell’immagine di odio puro. Era il suo modo di non capire perché l’uomo doveva essere così cattivo.
    Erano passati due anni dall’inizio del conflitto e Azra sentiva di aver perso tutto. Le rimaneva soltanto suo figlio e per nessuna ragione al mondo voleva mettere a repentaglio la sua vita. Fu in seguito a quell’ultimo attentato che decise di fuggire per sempre. Era disposta a correre qualsiasi tipo di rischio pur di mettere la parola fine a un’esistenza così truce.
    A fine marzo partirono, portandosi dietro soltanto una borsa piena di provviste. Passarono i blocchi dei soldati bosniaci alle porte di Sarajevo: per uscire dalla città era necessario firmare per assumersi la responsabilità dei rischi, vista l’altissima probabilità di rimetterci la pelle a causa dei campi minati e dei cecchini sempre appostati. Attraversarono un tunnel sotto la pista dell’aeroporto, poi si addentrarono nei fitti boschi delle montagne. Camminarono per cinque giorni e sei notti col cuore in gola ad ogni passo per la paura di pestare una mina. Il sonno si aggrappava ai loro occhi. Ogni tanto si fermavano a riposare, poi ripartivano alla svelta perché non c’era tempo da perdere.
    I piedi facevano male e Tarik ogni tanto piangeva, ma senza lamentarsi perché, nonostante fosse ancora piccolo, si fidava cecamente di sua madre e la seguiva. Di notte il freddo tagliava la pelle, ma era tanta anche la paura di incontrare un orso affamato o, peggio ancora, di imbattersi in un rastrellamento da parte dei serbi.
    Giunsero finalmente nella città di Konjic dove vennero stipati su grossi furgoni carichi di altri profughi che come loro cercavano la libertà. Passando per Mostar arrivarono infine a Spalato e da lì salirono su un traghetto per l'Italia.
    Era il 6 aprile 1994, Lunedì di Pasqua. Sbarcarono nel porto di Ancona. Finalmente erano in salvo. Lì alcuni volontari di un’organizzazione umanitaria li caricarono su un pullman e li accompagnarono fino a Basùra. Ad accoglierli in piazza del Popolo c’era tantissima gente, persino il Sindaco. Sembravano tutti contenti.
    Azra guardava Tarik che ancora dormiva, appoggiato alla sua spalla. Era stanco e sporco, ma si sarebbe risvegliato libero.
    Lei adesso piangeva, questa volta di felicità.
    "Si ricomincia da capo", pensò.
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