lunedì 2 settembre 2013

5 - IL BEL RENE'



State per leggere una delle storie che mi ha affascinato di più. Sentirete parlare di un personaggio molto originale che vive per strada da una decina d’anni e metà della sua vita l’ha passata in carcere, quello duro. Ma prima di conoscere il Guido di oggi dovete immaginarlo quando era ancora un ragazzino: uno scugnizzo classe 1957 tutto riccioli neri, con un fuoco dentro di sé che lo rendeva inquieto e curioso. Se a questa indole focosa aggiungete il quartiere in cui è nato, la Comasina nella periferia di Milano, un padre violento e l’incontro con il famoso bandito Renato Vallanzasca, avrete un’idea più chiara. Adesso andiamo con ordine, vorrei riuscire ad accompagnarvi dentro la vita di Guido con la dovuta delicatezza. Alcuni di voi, come me, potrebbero affezionarsi a lui e credo di sapere il perché: ci sono delle anime che sono speciali e custodiscono qualcosa di molto prezioso. Un tesoro. Ma col passare del tempo questo tesoro cresce e a volte diventa talmente grande che deve volarsene via. E il momento cruciale arriva quando quell’anima deve decidere dove far migrare il proprio tesoro. In genere ci sono tante direzioni, ma non tutte rendono felici. E la felicità non è altro che una sorta di armonia in cui l’anima e il suo tesoro se ne stanno in pace. Al contrario, ci sono percorsi che conducono verso strade dolorose. Di solito hanno confini ammalianti, ma nascondono spine acuminate e feroci intemperie. Questo pensiero non vuole giustificare niente, serve solo a spiegare come certi uomini, giudicati criminali o devianze del sistema, tante volte tengano nascosto un bene profondo che non è riuscito a spiccare il giusto volo. Forse, più semplicemente, nessuno glielo ha mai insegnato...


L’anima di Guido celava un tesoro immenso, ma suo padre non se ne era mai accorto. Lui vedeva soltanto la superficie, ossessionato dall’idea che il figlio fosse un bambino iperattivo e la sua cecità era dovuta soprattutto al problema dell’alcol. Si direbbe un fatto strano, dato che di mestiere faceva l’Ufficiale della Guardia di Finanza. Aveva l’ufficio a Roma e rientrava a casa a Milano ogni quindici giorni. Guido temeva il suo ritorno perché ogni volta, puntualmente, si beccava delle gran cinghiate, a volte per motivi stupidi, sovente per i guai che combinava. Era come vivere con un uomo doppio: quando gli prendevano i cinque minuti, dopo essersi attaccato alla bottiglia, diventava irascibile, si sfogava con lui e con sua madre. Però non riusciva a odiarlo e quando la domenica sera ripartiva con il treno, tutto tornava tranquillo. Anche il volto della mamma si distendeva. Lei per Guido era una certezza, le braccia in cui sfogare o condividere il pianto; non si lamentava mai, neanche quando suo padre la picchiava. Aveva talmente paura che non si azzardava a contraddirlo, nemmeno quella volta in cui obbligò Guido a dormire in cantina: gli aveva consegnato cinque mila lire per comprare un pacchetto di sigarette, ma dopo un po’ tornò a casa a mani vuote fingendo di aver perso i soldi per strada. Suo padre non abboccò, andò su tutte le furie, gli diede qualche schiaffo e lo chiuse in cantina, costringendolo a improvvisare un letto tra i sedili dell’automobile. Anche in quell’occasione, Guido piangendo incrociò supplichevole lo sguardo triste di sua madre che non ebbe il coraggio di dire niente.



Suo padre oltre all’incarico di finanziere aveva un ruolo di spicco nel Partito Socialista di Milano. Un giorno chiese a Guido di distribuire dei volantini di propaganda in vista delle elezioni politiche. Lui accettò l’incarico anche se a dire il vero non capiva una parola delle cose stampate su quei fogli. Se avesse dovuto consegnare ai passanti la pubblicità per i saldi di fine stagione di un negozio di scarpe sarebbe stata la stessa identica cosa. Non erano del medesimo avviso un gruppo di ragazzi fascisti che vedendolo ebbe una reazione brutale: lo presero, lo incappucciarono e lo riempirono di botte. Poi lo legarono a un palo e fuggirono. Guido perse i sensi, arrivò la Polizia, fu trasportato all’ospedale in gravissime condizioni. Rimase in stato comatoso per tre giorni. Il Giorno di Milano gli dedicò la prima pagina. Quando ebbe modo di riprendersi provò a leggere l’articolo, ma senza comprendere. Cosa c’entrava lui con le ideologie di estrema destra e con la strategia della tensione? Cosa significavano quelle parole? Non osò domandarlo nemmeno a suo padre. Nonostante tutto una cosa lo fece sorridere: pensò che era la prima volta che diventava famoso. Non sarebbe stata di certo l’ultima.



Il carattere di Guido si formava segnato da tutti questi eventi. A quattordici anni si sentiva già grande e aveva la vocazione da esploratore. Gli piaceva girare in bicicletta per il quartiere della Comasina, ricco di personaggi strani e situazioni intriganti; un quartiere dormitorio abitato da molti immigrati dal sud Italia. Era il classico bambino a cui mancava un punto di riferimento stabile, a causa del comportamento e dello stile di vita di suo padre e a tutto ciò reagiva sfogando la sua rabbia inconscia e repressa. Desiderava mettersi in mostra con gli altri ragazzi, per far vedere che il coraggio non gli mancava, sapeva affrontare i pericoli e non temeva di opporsi a chi gli dava fastidio. Voleva dimostrare di essere più grande di quello che era. Cercava di avere un atteggiamento protettivo nei confronti di sua mamma: non potendo certamente contrastare la forza del padre, tentava di far valere il suo carattere forte proteggendola. Il primo a pagarne le spese fu il suo vicino di casa, un certo Mario, che abitava al piano di sotto  e si lamentava sempre per ogni minima cosa. Guido si trovò ad assistere a una discussione molto accesa tra sua mamma e lo stesso Mario, in cui quest’ultimo  la apostrofava con appellativi poco educati, strillando e inveendo. Al culmine del litigio disse che non c’era affatto da meravigliarsi se dall’albero nascono certi frutti, date le radici. Dal pero nascono le pere, ribadì. Insomma umiliò pubblicamente sua madre che non aveva un carattere abbastanza forte da reggere il confronto. Così meditò a una vendetta. Nessuno poteva trattarla in quel modo. Dopo aver a lungo macinato quel fatto nella sua mente, escogitò un piano: andò giù in cantina dove trovò una confezione di mastice, elemento altamente ignifugo. Con una spatola spalmò l’intero contenuto sulla porta dell’appartamento di Mario. Fece un ghigno di soddisfazione, poi prese un cerino e gli diede fuoco. Le fiamme si alzarono molto velocemente e Guido scappò via di corsa per dare l’allarme. Andò da sua mamma e le disse che c’era un incendio al piano di sopra, ma lei notò immediatamente che ancora stringeva tra le mani il tubetto di mastice. Lo conosceva abbastanza bene da poter supporre con assoluta certezza che il responsabile non poteva essere altro che suo figlio. Intanto l’incendio si espandeva e la palazzina si riempiva di fumo. In poco tempo arrivarono i Vigili e la Polizia. Lo interrogarono. Cercò di sostenere che era scivolato e il mastice era caduto accidentalmente sulla porta, ma ovviamente non gli credettero. Così dovette sottoporsi a una perizia psichiatrica e il Tribunale dei Minori, ormai al corrente della delicata situazione familiare, lo affidò alle linee educative dell’Istituto Salesiano di Arese. Era una struttura enorme, per certi aspetti simile a un carcere: circondata da mura in cemento e con un unico cancello d’ingresso custodito da un guardiano. La disciplina era estremamente rigida e applicata ad ogni minuto della giornata, sia nelle ore di scuola che in quelle di ricreazione. Ovviamente era un sistema che soffocava lo spirito di Guido e ne fomentava il senso di ribellione. Ogni giorno ne combinava una delle sue: si azzuffava spesso con altri ragazzi, rispondeva male ai superori e per questo veniva metodicamente punito. Un giorno lo sorpresero persino mentre rubava nell’ufficio del suo assistente. Ci vuole poca fantasia a pensare che dopo due mesi avesse già escogitato un piano di fuga: insieme ad altri venti ragazzi, approfittando dei pochi minuti a disposizione durante la recita del Vespro, scavalcarono il muro nel punto più favorevole. Non tutti riuscirono nell’impresa perché era necessaria una certa agilità, cosa che a Guido, scattante come un grillo, di certo non mancava. Una volta oltrepassata la cinta muraria ognuno dei fuggitivi doveva proseguire per conto suo, seguendo la via che giudicava più opportuna. Guido, che da giorni si era preparato all’evasione, aveva con sé uno spadino di latta e lo usò per aprire una Fiat 600. Impiegò pochi secondi prima di sentire il clik. Aveva imparato ad aprire le macchine dai ragazzi del suo quartiere e grazie a un po’ di esperienza accumulata nel corso di alcune scorribande fu altrettanto facile per lui collegare i fili e far rombare il motore dell’auto. C’era un solo problema: come tutti i ragazzini di quattordici anni non sapeva guidare. Eppure la cosa non lo sconfortò, perché il desiderio di tornare a casa era molto più grande dell’idea di rassegnarsi a vivere con in quel posto per chissà quanto tempo.



Col piede destro preme il pedale del gas, prova a inserire una marcia a caso, la macchina fa dei balzi, il motore grida fortissimo. Prima, terza, gas, freno, seconda, gas, prima e ancora gas. Non sarò un grande pilota, pensa, ma l’importante è andare avanti. La scena è quasi comica. Una 600 guidata da un bambino che procede a singhiozzi per le vie di Arese e che miracolosamente riesce ad arrivare a Milano. Quarta, terza, freno, gas, seconda, quarta, freno, gas-gas-gas. Vuole raggiungere il Tribunale dei Minori e dire col Giudice che lui ad Arese non ci torna neanche per sogno. E’quasi arrivato a destinazione, imbocca via Filangeri contro mano e all’improvviso dalla parte opposta sbuca un’altra macchina. Prova a inchiodare. Con tutti e due i piedi schiaccia il pedale del freno, ma è troppo tardi. Giusto il tempo di stringersi al volante e buuum. Arriva lo schianto. Frontale. I Carabinieri che intervengono sul posto non credono ai loro occhi. Incastrato tra le lamiere trovano un bambino alto un metro e un cacio. Riccioli neri sporcati di sangue. E’svenuto. Lo portano al Pronto Soccorso. Se la caverà con un dente rotto e diversi punti di sutura sul viso. I suoi genitori lo vanno a trovare. Suo padre è incavolato, pensa che una peste del suo calibro potrebbe nuocere alla sua divisa. Sua madre è disperata, ma gli vuole un gran bene. Guido viene arrestato e dopo qualche giorno di convalescenza lo trasferiscono al carcere minorile di Beccaria. Ma lì starà poco più di una settimana, perché suo padre, grazie alle sue conoscenze ottiene di farlo ritornare all’Istituto Salesiano. In realtà non lo volevano più riammettere, ma grazie all’interessamento del Cappellano don Gino Riboldi, uomo timorato di Dio, gli viene concessa una seconda possibilità, l’ultima. Inizialmente Guido, ancora sconvolto dal tentativo di fuga mal riuscito, decide di starsene buono e si comporta da bravo ragazzo. Ma non passerà molto tempo che inizierà a escogitare un nuovo piano. Per dare meno nell’occhio, decide di avvalersi dell’aiuto di pochi compagni. Per formare una buona squadra bastano cinque valorosi. Il gruppo si avvicina alla portineria custodita dal guardiano, che tutti chiamavano lo Zoppo perché era claudicante. Lo Zoppo poteva aprire il grosso cancello di ferro dell’ingresso semplicemente premendo un bottone. Così Guido con una scusa iniziò a parlare col portinaio che notando la presenza di cinque ragazzi, tra i più vispi dell’Istituto, si insospettì; ma quelle giovani canaglie furono più veloci di lui e gli diedero solo il tempo di formulare quel pensiero, prima di spingerlo dentro uno sgabuzzino, chiuderlo a chiave e premere il bottone della libertà. Ce l’aveva fatta di nuovo, ma questa volta le cose dovevano andare diversamente. L’idea di rubare un’auto l’aveva già scartata a priori, quindi decise che sarebbe salito su un autobus e dopo varie fermate, quell’autobus arrivò a casa sua.



- Mamma sono io, aprimi!

- Cosa ci fai qui?

- Ti prego aprimi, poi ti spiego…

Guido sale le scale. La madre apre la porta. Lui entra.

- Cos’hai combinato questa volta?

- Non ci voglio più tornare in quel posto…

- Se tuo padre ti trova qui, lo sai come va a finire.

- Lo so mamma.

Guido piange e sua mamma lo abbraccia forte.

- Vieni a mangiare qualcosa, hai fame?

- Sì.



Guido mangia due fette di crostata, poi si addormenta sul divano. Quando si sveglia sua mamma ha preparato dei vestiti puliti. Gli dice di andare dal Giudice e di raccontare tutto.



Il padre viene denunciato per abbandono di minore e Guido affidato a una casa famiglia dove rimarrà per pochi giorni, perché scapperà ancora una volta. Vivrà per strada, dove capita. Viaggerà sui treni, muovendosi in varie città d’Italia, per sopravvivere si dedicherà  a piccoli furti, borseggi, in compagnia di altri amici incontrati per caso, già dediti a quel tipo di attività. Tornerà nel carcere minorile altre volte.



A Milano tutti conoscevano Renato Vallanzasca, il capo indiscusso della Banda della Comasina. Nato per essere quel personaggio lì, così come lui stesso sosteneva “c’è chi nasce per fare lo sbirro, chi lo scienziato, chi per diventare Madre Teresa di Calcutta. Io sono nato ladro”. I giornali parlavano di lui come di un ladro anomalo. Era dedito al crimine, ma aveva dato alle sue azioni delinquenziali uno stile particolare, che alcuni osavano definire “gentile”. Nella sua vita ha preso parte a decine di rapine, ha sparato, ha fatto sequestri, ha persino ucciso, ma lo ha fatto sempre seguendo un codice d’onore tutto suo. Quando c’era da svaligiare una banca entrava con una freddezza incredibile che lasciava tutti impietriti, ma dava anche il buon giorno e rassicurava i presenti che loro erano ladri gentiluomini e non avrebbero fatto del male a nessuno, a meno che non fosse stato strettamente necessario. Qualcuno lo paragonava addirittura al mito leggendario di Robin Hood. In quegli anni a Milano si era creato un tale clima di terrore che coloro che venivano rapinati dagli uomini della Banda, in genere consegnavano il malloppo senza fiatare.

Chi ha vissuto al suo fianco, o semplicemente ha avuto occasione di conoscerlo, ricorda prima di tutto i suoi occhi e il modo in cui ti osservavano: magnetici,  elettrici, di chi sa come farsi rispettare, da vero leader carismatico. Le donne lo adoravano per questo, impazzivano per lui e grazie al suo fascino gli venne attribuito il soprannome di “Bel Renè”.



Guido conobbe personalmente Renato Vallanzasca all’età 16 anni, anche se vivere e crescere nello stesso quartiere era come conoscersi da sempre. Il suo sogno era diventare come lui. Voleva emularlo per essere considerato una persona importante che tutti rispettano. La Banda della Comasina era formata da un nucleo ristretto di uomini, quattro o cinque al massimo, fedelissimi a Renato, ai quali si aggiungevano moltissimi altri gregari e Guido ebbe i primi contatti con Vito Pesce che abitava vicino a casa sua e che faceva parte del gruppo più vicino a Vallanzasca. Si incontrarono in un bar. Guido raccolse tutto il coraggio che potè e gli si avvicinò.



- Voglio entrare nella banda.

- Non sai quello che dici… smamma.

- Dico sul serio, voglio essere uno dei vostri.

- Sei troppo piccolo.

- Non sono troppo piccolo, ho già sedici anni… fammi parlare con Renato.

- Io a sedici anni ero piccolo per fare certe cose. E’ meglio che vai a correre in bicicletta come fanno tutti i ragazzini della tua età.

- Mettetemi alla prova!

- Guido, conosco la tua famiglia, non ha certo bisogno di altri dispiaceri.

- Cosa centra la mia famiglia adesso? Sono io che…

- Torna a casa! Non farmelo ripetere!



Guido era un ragazzino tenace e non riusciva ad accettare il rifiuto di Vito, solo perché era nato cinque anni più tardi di lui. Non aveva senso. Così decise di creare anche lui una piccola banda. Formò una mini società di ragazzi di strada. Iniziarono a fare delle piccole rapine. In un mese ne misero insieme 42 e raccolsero quasi venti milioni di vecchie lire. Allora si sentiva pronto e un giorno andò a incontrare Renato che si trovava con alcuni dei suoi uomini nel parco giochi dell’Oratorio.



- Questi sono per voi.

- E tu chi saresti? – chiese Renato.

- Mi chiamo Guido. Con alcuni amici ho raccolto 19 milioni e 750 mila lire. Teneteli.

- Quindi?

- Quindi adesso posso essere dei vostri.

- Hai le palle!

- Ti avevo detto di starne fuori – si intromise Vito Pesce.

- Vi ho portato le prove che non sono più un ragazzino. Sono veloce, apro casseforti, automobili, porte e so tenere la bocca chiusa.

- E’ pulito?

- Come l’acqua – rispose Pesce.

- E va bene, amico. Puoi cominciare a lavorare con noi - disse Vallanzasca – ma ricordati che qui comando io e se sbagli o fai il fenomeno sei fuori dai giochi.



Appena finì di pronunciare quella frase il Bel Renè se ne andò via lasciando i soldi sul tavolo e Guido non stava nella pelle. Quel sorriso “buono”, quelle parole così decise lo avevano riempito di gioia. Adesso era della banda della Comasina, finalmente. Adesso era un uomo.



Da quel giorno il nostro non più ragazzino dai riccioli neri iniziò a girare sempre armato e a trasformarsi in un bandito professionista. Si avvicinò a un ambiente molto pericoloso, ma nel quale dimostrò di sentirsi perfettamente a suo agio. Si sentiva orgoglioso di essere uno dei componenti della banda che in quegli anni comandava il mondo della mala milanese e non solo. Ormai aveva preso le distanze dalla sua vita precedente: con suo padre aveva chiuso ogni tipo di rapporto, mentre con la madre cercava di mantenere i contatti e ogni tanto, se aveva la certezza che fosse da sola in casa, andava a farle visita.



Col passare del tempo Guido riuscì a conquistare la fiducia di tutto il gruppo ed eseguiva senza sbavature ogni lavoretto che gli veniva commissionato. Insieme ad altri colleghi aveva una zona d’azione e soltanto lì doveva operare: oltre alle comuni rapine, si specializzò in estorsioni e divenne esperto di esplosivi, ma il punto di riferimento era sempre Renato e con lui spartiva sempre il bottino. Iniziò a fare la bella vita, quella in cui i soldi a un certo punto perdono di valore perché esiste un sistema che ti permette di ottenerne quanti ne vuoi con un piccolo sforzo. Così la cocaina, le donne, i bordelli, il gioco d’azzardo furono la conseguenza naturale di un meccanismo che inghiottiva sempre di più le menti di chi stava a quel tipo di corsa folle.



Per quanto possa sembrare una contraddizione, secondo il Bel Renè esisteva una sorta di codice deontologico alla base del loro universo criminale, che doveva assolutamente essere rispettato da tutti. Lui stesso era spietato e cinico quando entrava in azione, ma non avrebbe mai sparato alle spalle di qualcuno; non avrebbe mai tradito un amico e soprattutto non permetteva che si toccassero donne, anziani e bambini. Così quando venne a scoprire che un vecchio tossico, loro cliente, se ne andava in giro per Milano a scippare i vecchietti per tirare su un po’ di soldi, radunò i suoi e senza parafrasare disse col suo bell’accento milanese: “Portatemi subito quel pezzo di merda che va a rapinare nel mio quartiere e da fastidio a chi non si può difendere! E’ ora di dargli una bella lezione.”



- Questa storia la posso risolvere io – disse Guido.

- Va benone, ma fate un bel lavoretto, deve capirla una volta per tutte – rispose Renato.



Guido bussa a casa del cocainomane. Si conoscono già. Gli chiede se gli va di andarsi a bere un caffè che devono parlare di alcune cose. Lui non sospetta di niente e accetta l’invito. Salgono in macchina. C’è già un autista che li aspetta. I tono fino ad allora erano calmi. Arrivano in un casolare in aperta campagna. Lo scippatore abusivo inizia a insospettirsi, ma sa che con certa gente non c’è da scherzare e non fa domande. Entrano in un capannone.



- Cos’è che fai te? Rompi le palle ai vecchietti?

- Cosa stai dicendo, io…io non ho fatto nulla…

- E allora perché balbetti?

- Non ho fatto niente, davvero!

- Lo sai che hai fatto arrabbiare molto il nostro Renatino?

- Io…io…

- Ti ho detto che non devi balbettare. Lo sai che mi da molto fastidio?

- Ti giuro che io…



Bum. Colpo di pistola al ginocchio destro. Il cocainomane urla di dolore. Bum. Colpo di pistola al ginocchio sinistro. Il cocainomane si rotola a terra stringendosi sul petto le gambe. Urla e piange disperatamente. Non vuole morire. Guido lo osserva, indeciso se ucciderlo o no. E’ la prima volta che spara addosso a un uomo. Pensa che non sia stato poi così difficile. Si chiede che effetto farebbe sparargli in testa. Almeno la smetterebbe di gridare. Prende la mira con la pistola ancora calda tra le mani. Stringe l’occhio. Irrigidisce le dita. Abbassa il braccio. Se ne va. Più tardi chiamerà l’ambulanza da una cabina a gettoni segnalando la presenza di un uomo in un casolare che sta per morire dissanguato con due colpi d’arma da fuoco. Alla fine, pensa, gli ho salvato la vita.



Guido, che nel frattempo era diventato maggiorenne è contento di come si stanno mettendo le cose per lui. Si sente una persona libera. Un ladro professionista. Si muove con sicurezza anche nelle situazioni più difficili e ha coraggio da vendere. Inoltre, gli effetti della cocaina, che assume in quantità sempre maggiori, lo aiutano ad essere molto più disinibito e a dimenticare le paure. A volte ha la sensazione di avere in pugno il mondo intero e affronta le sfide a viso aperto, come in occasione del colpo in via degli Orefici.



Era tutto studiato a puntino: orari, vie di fuga, modalità di esecuzione, ma solo un pazzo strafatto di coca può pensare di svaligiare una gioielleria in pieno centro a Milano, di giorno. Entrarono in due armati di pistola. Uno rimase fuori a coprire le spalle.



-Buon giorno a tutti, siamo i ragazzi della Banda della Comasina e questa è una rapina – dice Guido cercando di imitare i modi di Renato – voi state buoni, noi ripuliamo e nessuno si farà del male okkei?

Dentro la gioielleria c’è soltanto una commessa e il titolare del negozio.

-Allora, vogliamo fare in fretta? Riempiamo le sacche, coraggio…

La porta blindata si chiude all’improvviso. Il titolare li ha ingabbiati dentro tutti quanti.

-Che cos’hai fatto bastardo!? Apri subito quella porta!

-Arrendetevi ho dato l’allarme, sta arrivando la Polizia…

- Che cos’hai fatto? Apri o ti ammazzo, hai capito!? Bastardo!? Apri quella porta sennò ti faccio saltare la testa!

Guido è fuori di se e pronuncia quest’ultima frase infilando la canna della pistola nella bocca del gioielliere che quasi soffoca. Intanto il complice rimasto fuori si sta sbracciando per dire che sta arrivando la Madama e che se non si sbrigano sono fottuti. I metodi di persuasione di Guido sono efficaci e la porta finalmente si apre. Il titolare sopravvive, ma quella pistola in gola non la scorderà mai più, per il resto dei suoi giorni. I ladri portano via pochi gioielli. Salgono velocemente in macchina e sgommano via a tutta velocità con due pattuglie alle calcagna. L’auto dei fuggiaschi imbocca tutte le vie del centro contromano. Partono i primi colpi. Destra. Sinistra. Sinistra. Destra. Tamponano altre auto. E’ una corsa folle. I ladri rispondono al fuoco. La velocità è esagerata. Guido mira alle ruote della Polizia. Gli sembra di aver visto una terza vettura al loro inseguimento. Il palo che si trovava nel sedile posteriore si lancia fuori dalla macchina e si lascia inghiottire dai vicoletti. Corre più forte che può. Non ci sono più regole. Bisogna solo portare a casa la pelle. Sinistra. Destra. Destra. Sinistra. Arriva una raffica di mitra con una traiettoria strana. Il guidatore urla che l’hanno colpito e in pochi istanti si riempie di sangue, ovunque. Una macchia rossa che parte dal petto e infradicia ogni cosa. La macchina sbanda. Il guidatore perde i sensi. Forse è morto. Guido afferra il volante, tenta di sostituirsi al compagno moribondo, ma sembra un’impresa impossibile. Anche lui sente un forte bruciore alla gamba. Anche lui è stato colpito. Un proiettile gli ha attraversato il ginocchio. Cerca di sollevare il corpo del guidatore, ma è troppo pesante. Non vuole mollare. Lotta con tutte le sue forze. Deve liberarsi del compagno. In qualche modo riprende il controllo del mezzo. Spinge sull’acceleratore. Le volanti sono vicine. Il dolore al ginocchio aumenta. Con una manovra a dir poco azzardata si insinua nel traffico fitto del centro. Si strappa la maglietta e improvvisa una fasciatura per arginare il flusso di sangue sempre più copioso. Sfreccia a tutta velocità verso l’ospedale. Ha guadagnato metri sugli inseguitori. A poca distanza dal Fate Bene Fratelli ferma la vettura e scarica il corpo dell’amico. Lo saluta per l’ultima volta, spera che qualcuno riesca a salvarlo. Ancora non sa che è già morto. Poi riparte facendo fischiare le ruote. E’ riuscito a seminare la Polizia e arriva a casa di sua madre. La gamba provoca un dolore fortissimo, a mala pena riesce a camminare. E’ tutto insanguinato e a petto nudo. Bussa alla porta.



-Cos’hai fatto Guido?

-Niente, sono caduto… - poi sviene.



La madre chiama un’ambulanza. Lo portano d’urgenza in ospedale e anche questa volta si salva. Sarà condannato a cinque anni di reclusione. Durante l’interrogatorio non si farà sfuggire una parola sulla banda e tutto il resto. Dirà di essere un cane sciolto. Dei suoi compagni di sventura, uno non verrà mai scoperto, l’altro non potrà più parlare.



Il carcere per Guido non era certamente una novità, ma l’idea di doverci restare per cinque anni gli sembrava insopportabile. Oltretutto gli riservarono un bel posticino nell’ottavo braccio di San Vittore, che in genere ospita solo pezzi da novanta, cioè gente da tenere sott’occhio ventiquattro ore su ventiquattro. Nel frattempo approfittò anche per farsi curare la ferita al ginocchio, dato che il carcere era fornito di un ottimo servizio sanitario. Nel corso di quelle giornate molto lunghe ebbe tutto il tempo per pensare: pensava a sua madre, a quanto stava soffrendo per colpa sua; a Renato che forse era rimasto deluso del suo fallimento; all’amico che gli era morto in braccio e che aveva lasciato soli una moglie e due figli. Forse era arrivato il momento di dire basta, di mettersi tutto alle spalle e fare una vita normale, come fanno le persone comuni del resto: studio, lavoro onesto, una famiglia, il conto in banca, la pensione, morire di vecchiaia con la coscienza pulita. Tanti erano i pensieri, ma si dissolsero velocemente quando iniziarono a girare le voci di un’evasione. Guido stava scappando da una vita: da casa, dagli istituti, dai luoghi di rieducazione. Non si sarebbe fatto scappare anche questa occasione, soprattutto perché sapeva perfettamente chi era l’unica persona in grado di concretizzare un gesto così azzardato: Renato Vallanzasca, il Re delle evasioni. Fu un progetto che prese forma abbastanza lentamente, ma venne studiato in modo incredibilmente puntiglioso. Iniziarono ad arrivare dei pacchi personali in cui nascosti tra salami e formaggi si trovavano pezzi di armi che successivamente venivano ripuliti e assemblati. Il livello di corruzione era altissimo e i controlli ridotti al minimo. Ogni tanto gli venivano recapitati dei pizzini che spiegavano cosa fare. Sarebbero evasi otto detenuti, tutti appartenenti alla banda. Quando giunse il giorno fatidico, furono le guardie stesse ad aprire le celle e gli otto prescelti uscirono con le armi in pugno. Si erano tolti le casacche a strisce e avevano indossato abiti civili. Sentivano le imprecazioni degli altri carcerati che li supplicavano di farli uscire, ma non c’era tempo per correre rischi inutili. Tutto doveva filare liscio. Sapevano che nessuno si sarebbe opposto. Il direttore, il comandante e le guardie avevano ricevuto la loro ricompensa per chiudere gli occhi e far finta che non fosse successo niente. Doveva sembrare una “normale” evasione. Guido e compagni dovevano fare una sorta di passeggiata attraversando il portone principale che in effetti si aprì magicamente quando erano a venti passi, ma qualcosa andò storto. Qualcuno dalle torrette diede l’allarme e iniziò una sparatoria furibonda. I fuggiaschi rispondevano al fuoco però avevano ormai campo aperto. Bastavano solo un pizzico di fortuna e un buon fuoco di copertura. Nessuno rimase ferito. Ad attenderli c’erano due furgoni che presero direzioni opposte. Guido era di nuovo libero. Lo disse anche il telegiornale.



Iniziò così un lungo periodo di latitanza e pensò bene di cambiare aria. Si procurò dei documenti falsi e andò all’estero. Francia, Spagna, Svezia, Germania, Olanda, Grecia. Aveva messo da parte molti soldi che gli consentirono di passarsela bene e di togliersi anche qualche piccolo vizio. Tornò a Milano dopo più di un anno, ma questa volta cercò di muoversi con più attenzione dato che ormai era ricercato. Riprese i contatti con la banda, cercando di starsene più tranquillo per un po’, per non dare nell’occhio. Una sera si appartò in un albergo della città che al primo piano ospitava un night club. Voleva passare una notte in buona compagnia. Poche persone sapevano della sua presenza a Milano, tra queste sua madre e una vicina di casa che utilizzava come tramite per comunicare con la famiglia. Per evitare il problema delle intercettazioni telefoniche infatti, chiamava dalle cabine a gettoni componendo sempre il numero della vecchia inquilina che abitava allo stesso piano. Probabilmente fu lei a tradire e a segnalare il suo rientro in Italia, ma nessuno lo saprà mai. Si fecero le tre del mattino e qualcuno bussò alla porta. Guido era molto ubriaco, ma ebbe ugualmente l’istinto di prendere la pistola.



- Chi è? – disse.

- Siamo dell’albergo, la vogliono al telefono – spiegò una voce femminile.

- Gli dica che chiamino domani per favore, sono le tre di notte…

- E’ sua madre che la desidera.

- Non m’importa – rispose Guido e in quell’istante sembrò di assistere alla scena di un film. Un gruppo di poliziotti in assetto da guerra sfondavano la porta. Qualcuno gli gridava di non muoversi. Contemporaneamente altri uomini neri si calavano con delle funi dalle finestre irrompendo nella stanza. Vetri ovunque. Fucili, mitra e torce enormi puntavano verso di lui. Altre urla che minacciavano di riempirlo di piombo. Uomini incappucciati. Un vero e proprio arsenale mirava alla sua testa. Al suo cervello. Guido, con la sua pistola ancora in mano, capì che era la fine. Fu costretto ad arrendersi.



Questa volta c’erano le prove, gli inquirenti avevano fatto un buon lavoro. Chissà da quanto tempo erano sulle sue tracce. Tra gli innumerevoli capi d’accusa spiccavano quello di associazione per delinquere, banda armata, rapina, tentato omicidio e ovviamente evasione. Anche la pena da scontare era ben differente da quelle precedenti: la somma di tutti i reati decretò trent’anni, che in seguito si ridussero a ventitré per buona condotta, indulti e premi di vario genere.



In tutto quel tempo Guido ha girato l’Italia in lungo e in largo attraverso le carceri. Ha conosciuto criminali di ogni genere, anche nomi molto noti, si è laureato in filosofia con una tesi sul pensiero di Kant, ma ha avuto anche il tempo per tornare a pensare: a sua madre che non ha mai smesso di soffrire per lui; a suo padre che è morto d’infarto; al Bel Renè, arrestato definitivamente nel febbraio 1977 e che dovrà scontare quattro ergastoli; ai suoi amici di battaglia, quelli morti e quelli che adesso gestiscono ristoranti o hanno attività imprenditoriali; e ha ripensato anche alla sua vita, alle occasioni perse e al fatto che quando entrò in prigione non aveva nemmeno vent’anni.



Guido oggi ha ancora i suoi riccioli neri in testa. C’è un fuoco che flebile brucia nei suoi occhi. Forse si è un po’ sbiadito oppure il tempo ne avrà consumato i tratti, ma non riesco a sentirmi tanto diverso da lui. Sono dieci anni che vive per strada, da quando ha promesso a sua madre in punto di morte, che da quel giorno la sua vita sarebbe cambiata davvero. Ma tagliare con il passato non è mai facile. Per lui è stato come riemergere da un burrone e addentrarsi in un buco nero. Senza più amici, con i parenti che si guardavano bene dall’avvicinarlo, senza una lira in tasca. Solo.



Oggi è un viaggiatore in cerca di fortuna. Spera di incontrare qualcuno che creda in lui e nel tesoro che ancora conserva. Scrive aneddoti, piccole poesie. Chissà che un giorno la fortuna si volti dalla sua parte e gli sorrida. Intanto, per l’inverno, si fermerà a Basùra perché sarà ospite di una casa di accoglienza. L’hanno  chiamata Casa della Speranza, sembra di buon auspicio.
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