venerdì 17 agosto 2012

QUANDO I CLANDESTINI ERAVAMO NOI

   
C’è un mio amico avvocato che per una vita si è preso cura non solo di storie che vengono dal basso, come le nostre di Basùra, ma anche di molto peggio: alcune delle sue storie partivano o erano tremendamente dirette all’inferno o giù di lì.Per anni è stato direttore di un carcere di massima sicurezza.
Ha conosciuto omicidi, stupratori, spacciatori, ladri, truffatori, violenti, maniaci, camorristi, mafiosi, drogati, clandestini, delinquenti di ogni razza e specie. Esseri umani che non si vorrebbe mai incontrare sulla propria strada, ma pur sempre esseri umani.
    Un giorno mi dice di aver fatto una specie di ricerca per capire come eravamo considerati noi italiani negli anni in cui rivestivamo il ruolo ingrato di immigrati nel mondo. Aprite bene gli orecchi signori, riporterò adesso una piccolo stralcio di quella ricerca. Si tratta di una relazione dell’ispettorato per l’immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti. Siamo nell’ottobre 1912. Quello che leggerete vi lascerà storditi o quanto meno spero abbia il potere di farvi riflettere. Per un attimo lasciatevi trasportare dall’ironia della storia.
    “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e di alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una casa con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alla frontiera ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”. “Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano perché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.
    A proposito di tolleranza zero, lezioni di civiltà, esportazione della democrazia, salvaguardia del territorio, sicurezza, xenofobia, integrazione: sentite anche voi lo stesso sapore di frittata capovolta? Lo stesso odore di beffa? Strano effetto, no?
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