mercoledì 15 agosto 2012

MOHAMED

 
E’ inverno e fa un freddo cane. La città si muove piuttosto lenta e il grigio di fuori invade tutto, coprendo le cose di tristezza. Strade, alberi, edifici, cielo. Anche le persone sembrano molto più tristi. Come se non bastasse oggi ci si è messa pure la pioggia, sottile e tagliente.

Per fortuna ho l’ombrello. Mentre cammino devo stare attento a evitare le pozzanghere.
 Odio sentire i piedi bagnati. Tanto meno sopporto il vento quando getta la pioggia di traverso e non sai come ripararti. Succede sempre che quando finalmente hai trovato l’inclinazione giusta da dare all’ombrello, all’improvviso il vento cambia traiettoria e devi rifare tutto da capo.
Accidenti. In giornate come queste sarebbe molto meglio chiudersi in casa al caldo.

     Maledico una pozzanghera che purtroppo, volendo correre in fretta, non riesco a evitare.
Adesso mi trovo di fronte all’ospedale di Basùra ospedale, a pochi passi dalla stazione ferroviaria, in prossimità del centro storico. Sono ancora concentrato a scegliere il percorso più asciutto quando alzando lo sguardo rimango senza fiato: davanti all’ingresso del pronto soccorso c’è un’area verde con al centro un’imponente statua di bronzo dedicata a Giuseppe Garibaldi, eroe dei due mondi.
Ai piedi del monumento si trovano alcune panchine e piccole aiuole. E’ considerato un luogo malfamato perché ospita quotidianamente gruppi di extracomunitari senza permesso di soggiorno.
Si trovano lì a bere vino in cartone e a far passare il tempo perché la crisi economica ha stesso prima di tutti loro. Se siete in giro con dei bambini non passate da quelle parti.

    Piove. Fa un gran freddo. Per fortuna ho l’ombrello. Poi vedo una cosa che ha il potere di attanagliarmi le budella. Buttato in mezzo ad una siepe vedo un fagotto di coperte.
E’ fradicio. Sicuramente là dentro c’è un uomo. Col freddo che fa potrebbe anche essere morto.
Mi si blocca qualcosa nelle budella.
Spero di essermi sbagliato, di aver visto male. Intorno a me tutto procede regolarmente: il traffico mattutino scorre come se niente fosse e le persone corrono di fretta senza accorgersi di nulla. Sento che devo fare qualcosa, non posso andarmene così.
Le gambe mi si inchiodano sull’asfalto, incapaci di decidere dove condurmi. Alla fine gli vado vicino. La paura aumenta mano a mano che si riducono le distanze. Chiunque esso sia non si muove. E’ un blocco di stracci completamente zuppo. Dopo alcuni attimi di indecisione trovo il coraggio di toccarlo, ma mi aspetto che da un momento all’altro si alzi e mi aggredisca.

    “Chi sei? – sussurro - posso aiutarti?”. Silenzio totale, a parte la pioggia.
Forse è morto assiderato. Sollevo il lembo di una coperta e intravedo un sacco a pelo, ma il volto è nascosto.“Chi sei?” provo a ripetere. Nessuna risposta e nessun movimento.
Penso che è la prima volta che vedo un cadavere e credo sia profondamente ingiusto che una persona debba morire così sola. Spero con tutto il mio cuore che sia ancora vivo. Dio mio, fa che lo sia. “Ti prego, dimmi qualcosa!”. Nessuna risposta e nessun movimento.
    Il cuore mi batte a mille, ma devo agire. Lo scopro completamente e adesso capisco di chi si tratta: il suo nome è Mohamed, 34 anni, marocchino; vive in Italia da diverso tempo, faceva il verniciatore, ma da quando ha perso il lavoro e la casa di professione fa il barbone e l’unica cosa che gli resta è bere dalla mattina alla sera. Quando non lo fa il suo corpo inizia a tremare in preda all’astinenza. Lo scuoto forte e finalmente vedo che si muove. Grazie!
    Non vuole alzarsi da lì e farfuglia monosillabi privi di senso. E’ completamente ubriaco e non sa reggersi in piedi. Passa di lì un suo compaesano e gli grido di venirmi a dare una mano. Dobbiamo assolutamente portarlo via. Non so perché, ma mi sento maledettamente fortunato e inizio a piangere a singhiozzi. Che redenzione! A fatica lo prendiamo in braccio e lo trasciniamo sotto il loggiato. Puzza a tal punto che mi vengono i conati, ma resisto. Lo adagiamo a terra, gli porto un tè caldo, una coperta e dei vestiti puliti. Al resto penseranno i suoi amici.
    Me ne vado di lì e piango più forte di prima.

 Passeranno pochi giorni e la Polizia lo scoprirà mentre dorme dentro l’ospedale. Uno così può tranquillamente tornarsene a casa sua: in poche ore scatta l’espulsione con accompagnamento alla frontiera.

    Addio signor Mohamed, non ci rivedremo più. Avrei voluto chiederti un po’ di cose, ma va bene così.

    Ti auguro il meglio, non mollare, davvero.

 
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