martedì 28 novembre 2017

LA BOMBA ATOMICA



Ci sono guerre in ogni parte del mondo e ce ne sono di ogni tipo. Possono scoppiare per i motivi più diversi, ma una cosa è certa: l’odio e la divisione sono tratti che le accomunano tutte quante. La mia guerra è scoppiata a casa mia, avevo solo 13 anni e come ogni conflitto che si rispetti, ha cambiato delle vite.
Di studiare non ne avevo alcuna voglia. Ero il classico bambino “intelligente, ma che non si applica abbastanza”. Ho fatto la prima media e dopo aver cominciato per tre anni consecutivi la seconda ho chiesto a mio padre di poter andare a lavorare. Mi piaceva sporcarmi le mani e l’idea di essere un po’ indipendente. Così grazie ad alcuni amici di famiglia ho conosciuto un idraulico disposto a farmi fare la gavetta da apprendista. Erano gli anni ottanta e all’epoca molte cose oggi impensabili erano all’ordine del giorno...
Ricordo ancora l’emozione del primo stipendio: quattrocentomila lire! Mi sentivo già grande. Duecento li lasciavo in casa per aiutare la mia famiglia e con i restanti pagavo le rate del mio primo grande sogno realizzato: il motorino, che non era un semplice motorino. Era un Issimo Fantic Motor, 49,6 cc, modello a pedali, motore a due tempi con raffreddamento forzato ad aria e avviamento a kick starter. Pura libidine su due ruote.
La mia era la classica famiglia “normale”, dove non accadeva mai niente di pazzesco. Io ero il terzo di quattro figli. Genitori operai che non si preoccupavano più di tanto di me, perché c’era sempre qualcosa di più importante o perché in fondo non gliene importava. Per questo potevo permettermi di fare quasi tutto quello che mi pareva, tipo uscire fino a tardi, frequentare gli amici più grandi, guidare il mio motorino pur non avendo compiuto i 14 anni e fare le mie prime esperienze da bulletto. Ma niente di eccezionale.
Poi un giorno è scoppiata la bomba. Il problema è che nessuno mi aveva avvisato e io non ero pronto. Scoppiò all’improvviso, all’inizio dell’inverno.
Tornavo da lavoro a tutto gas in sella al mio cinquantino. Iniziava a fare buio e piovigginava. Quando arrivai a casa mi accorsi che avevo scordato le chiavi, quindi suonai al campanello del palazzo. Nessuno rispose. Provai un’altra volta, ma niente. Allora citofonai a uno dei vicini che mi aprì. Potevo almeno ripararmi dal freddo dentro il garage. Là dentro c’erano la lavatrice, delle biciclette, varie cianfrusaglie e una poltrona grande di velluto verde. Mi accomodai e siccome ero molto stanco mi addormentai in fretta senza nemmeno rendermene conto. Ero un bellissimo bambino moro con la testa reclinata da una parte. Le mani piccole, ma già segnate dal lavoro. La tuta blu come i grandi e tanti sogni nel cassetto che un giorno o l’altro avrei voluto prendere tra le dita e farli diventare grandi insieme a me.
Mi svegliai con l’eco di quelle urla spaventose. Doveva essere capitato qualcosa di terribile. Mi alzai di fretta, ancora un po’ frastornato. Sentivo la voce di mia madre che chiedeva aiuto e si mescolava alla voce di mio padre che invece la offendeva e le diceva cose terribili, prive di ritegno. Senza nemmeno avere il tempo di pensare mi affacciai alla porta finestra che dava sul giardino interno e vidi mia madre stesa per terra che urlava a mio padre di smetterla e lui che la riempiva di calci e insulti. Poi afferrò una sedia e iniziò a colpirla con forza. A quel punto mi salì un fuoco dentro che mi tolse ogni ragionevolezza. L’istinto mi guidò ciecamente e con un pugno sfondai la porta tagliandomi tutta la mano. Ma il sangue io non lo vedevo e il dolore non lo sentivo. Feci irruzione. I miei occhi stavano incollati a mio padre che stava facendo una cosa orribile. Come nei film, solo che in casa mia era raro assistere anche solo a un litigio, quindi non poteva essere vero. Doveva esserci uno sbaglio tremendo. Oppure stavo ancora sognando. Invece no, era tutto vero. Era vera anche la mia mano che prese un coltello e iniziò a scagliarsi sul corpo di quell’uomo che ormai non era più mio padre, ma un estraneo, un invasore, un assassino. Ed era strana la sensazione della lama che tagliava e affondava alla rinfusa, vestiti, pelle, aria, senza una logica, con lui che gridava cose incomprensibili contro il mio silenzio di rabbia. Cercava di difendersi da una piccola furia cieca, ma si vedeva che aveva paura. Fu una sequenza rapida e fredda. Non aveva senso nulla, fino a quando si aprì la porta, che fu come uno schiaffo e mi fece ragionare, evitando il peggio. Sulla soglia c’erano mio fratello con mia sorella di dieci anni. Gli urlai subito che doveva uscire e portarla via. Non era giusto che lei vedesse. Seguirono attimi di sospiri e affanni che riportarono lucidità. Mia mamma dolorante piangeva con le gambe strette al petto, piena di paura. Mio padre, ferito, ma non in modo grave uscì dalla stanza, andò via di casa imprecando, non so verso dove. A medicarsi, credo. Io gettai l’arma in terra e mi accorsi che la ferita alla mia mano era seria. Stavo perdendo molto sangue. Cercai di rassicurare mia madre, poi tornò mio fratello che ci portò all’ospedale.
Una bomba atomica sulla mia vita. Non trovo espressione più appropriata. Niente poteva essere più come prima. E infatti da quel giorno iniziarono i miei tanti guai. Non ci furono denunce, né conseguenze legali. Quella scena rimase solo nostra, ma ci portò il silenzio reciproco e la divisione. Potrà sembrare assurdo, ma non ne parlammo più. Prima di allora avevo fatto sempre una vita normale. Mi ero sempre sentito il figlio prediletto. Da quel momento i nostri rapporti rimasero sospesi, si agghiacciarono. E io mi trasformai nel figlio ferito, che aveva sofferto troppo e tutto in un colpo solo.
Non erano certo i quindici punti di sutura a fare male. Quelli al massimo davano un po’ di fastidio. Il problema era un altro: aver assistito impotente al crollo del mio mondo, di tutte le mie certezze, senza sapere cosa ci stava dietro. E non volevo nemmeno fare le domande: sono gli adulti che cercano sempre di capire e spiegare le cose, non i ragazzini. Io sapevo solo che in mezzo a quel cumulo di macerie non ci volevo stare. Dovevo difendermi da tutto quel male. L’unico modo era andare via e crearmi un mondo tutto mio, dove potevo starmene al riparo e leccarmi le ferite. Girare pagina. Desideravo andare lontano da coloro che mi avevano tradito e sbattuto in faccia il marcio che c’era dietro l’apparente normalità. Avvenne tutto in modo repentino. Già da tempo frequentavo ragazzi più grandi di me e non era facile procurarmi i mezzi per fuggire. In una settimana ho provato tutte le droghe che mi era stato possibile trovare.
Da quel momento iniziò la mia ribellione, dissolta in un graduale estraniamento dalla realtà. Scoprii che la droga mi aiutava a sotterrare i ricordi, a pensare meno e a punirmi per aver perso la spensieratezza. Preferivo fare del male a me stesso piuttosto che agli altri. Ero io a cercarla e mano a mano le davo modo di conquistare terreno, pezzi di me. Ero un gatto randagio. Stavo ore lontano da casa. A volte nemmeno tornavo a dormire. E in tutto questo i miei genitori decisero di continuare a vivere insieme, da separati in casa. Facendo finta che le cose fossero tornate al loro posto. Si illudevano che ciò che si era spezzato poteva ricucirsi grazie alla terapia del tempo che passa e che offusca la memoria. Forse per loro poteva anche funzionare, ma non per me. Io quel giorno non lo dimenticherò mai. Io non ero più parte di quella famiglia: ero uno zombie che si aggirava nei paraggi dell’appartamento, che non parlava con nessuno e che si era conquistato la libertà di fare ciò che gli pareva. Nessuno ebbe mai il coraggio di tirare fuori l’argomento, di parlare di ciò che era accaduto, di chiarire. Non io. Non i miei genitori. Non i miei fratelli e nessun altro.
La prima volta che sono finito in carcere nemmeno me ne sono reso conto. Me lo hanno raccontato dopo: avevo preso a calci la vetrina di un negozio e l’avevo sfondata. Ovviamente ero sotto l’effetto di qualche sostanza e non ho ricordi ben chiari. La cosa mi faceva quasi sorridere. Ero diventato una piccola peste. La pecora nera della famiglia, da non credere! Ma almeno si accorgevano di me. Ero al centro dell’attenzione. E in carcere, col passare degli anni, ci tornai almeno altre quindici volte. Sempre per brevi periodi. Dentro e fuori, dentro e fuori, commettendo reati di tutti i tipi, ma soprattutto legati all’uso e allo spaccio di stupefacenti. La prigione per me divenne quasi una cosa normale, un ambiente a me noto, con le sue regole, i suoi spazi e i suoi tempi. Non posso dire che mi piaceva, ma in qualche modo ero riuscito a capire come viverci senza farmi troppe paranoie sulle privazioni, la lontananza e via discorrendo. La mia testa ragionava così.
Nel mezzo di tutta questa bella storia ebbi pure il tempo di incontrare una ragazza che divenne la mia fidanzata. Era una tipa acqua e sapone. Vestiva sempre dei maglioncini chiari che si accostavano splendidamente ai suoi capelli lisci e castani. Ascoltava a ripetizione i Public Enemy, gli Smiths e i Doors, i suoi gruppi preferiti. Apparentemente sembrava una tipa tranquilla, in realtà in lei ho sempre percepito una certa inquietudine. Tutto sommato ci stavo bene, mi faceva divertire e non era per niente opprimente. Così le ho fatto conoscere i miei amici.
Andavamo spesso a casa loro e io sapevo perfettamente che tra questi c’era qualcuno che si faceva di eroina. Io no. Non l’avevo mai toccata. Mi dicevo sempre “col cavolo che mi sparo quella roba. Lo vedo l’effetto che fa su sta gente. Non riuscirei a farne più a meno e starei malissimo”. Poi un giorno la mia ragazza mi disse che i miei amici le sembravano strani. Fuori dalla realtà. Come sospesi sul mondo: collassavano ogni volta che guardavamo un film insieme, non riuscivano mai a concentrarsi veramente su niente. All’inizio cercai di giustificarli con delle scuse assurde, poi le raccontai la verità. E lei mi colse in contropiede. Mi disse: “ma perché non la proviamo anche noi?” E io la presi a sberle. Quella richiesta mi fece proprio arrabbiare. Non volevo assolutamente cascare in quella trappola, quindi cercai di essere fermo e le feci pure un po’ male. Ma il giorno dopo mi sentivo troppo in colpa per quello che le avevo fatto e per farmi perdonare arrivai da lei con una dose: fu l’inizio della mia fine.
Non mi piace parlare di questo argomento. Se ripenso a quanto ho sofferto mi riaffiora tutto il dolore e fa ancora molto male. Anche dentro le ossa. L’eroina ti leva tutto: i sentimenti, l’amicizia, il corpo, la casa, il senso. Oggi ne sono uscito e posso dare la mia testimonianza al mondo. A tutti i ragazzi che vivono situazioni complicate. A loro dico non arrendetevi mai e non accontentatevi di ciò che avete, soltanto perché ce l’avete lì davanti. Siate come i pesci che affondano nell’acqua o come gli uccelli che risalgono le correnti del vento. Liberi di essere felici. Non fatevi bastare la mediocrità. E non si tratta di una teoria, qui c’è in gioco la vita, per la miseria! Ma vorrei farmi sentire soprattutto dai genitori che spesso si scordano che i loro figli sono un miracolo da valorizzare e custodire. E che il regalo più bello che gli possono fare è amarsi tra loro. Il papà e la mamma che si vogliono bene. Tutto qui. Un regalo di inestimabile valore, ma che non si può comprare come il motorino o la Play Station. Lasciatevelo dire da uno a cui l’amore è mancato. Che lo ha desiderato tanto, ma gli è stato tolto.
Mi viene da piangere adesso. Perché in fondo sono fortunato. Ancora sono vivo. Ancora respiro. Anche se oggi la mia casa è la mia prigione e devo scontare gli ultimi sei mesi di arresti domiciliari. Ho rischiato più volte di morire, ma la vita mi è rimasta sempre cucita addosso.
Io credo che anche nei momenti in cui l’uomo tocca il fondo e rasenta il confine con l’essere bestia, c’è sempre un foro di luce dal quale è possibile vedere la speranza di ricominciare da capo. E non sto parlando solo della droga. Che per alcuni può sembrare una realtà lontana. Ognuno ha i suoi mostri da sconfiggere nella vita. Siate onesti con me vi prego, come io sono stato onesto con voi. Potete mentire a me, ma non a voi stessi. Bisogna essere sempre molto vigili, mai abbassare la guardia. Prima o poi arriva per tutti il momento della guerra e in certi casi scoppiano pure le bombe atomiche. Sono le volte in cui scendiamo dal nostro piedistallo. Prima ci credevamo supereroi, sicuri e fieri di noi stessi, poi ci guardiamo allo specchio e vediamo una persona ferita e sconfitta. Che ha bisogno di aiuto, di qualcuno che gli dia una mano a recuperare la dignità. A meno che il nostro orgoglio non ci impedisca di farci aiutare.
Ma lo capite che non è una favola? Che il mestiere di esistere è una cosa seria? Io ho un nome e un cognome e la mia è una storia vera e vorrei che parlasse al vostro cuore. Non per compatirmi, ma per tenere accesa la luce della speranza.
Io ho intravisto la luce proprio nel momento in cui stavo sfiorando la morte: strinsi il laccio al braccio, cercai la vena più sporgente e infilai l’ago. Spinsi lo stantuffo all’indietro lasciando entrare un po’ di sangue, poi accompagnai l’eroina dentro di me. Lentamente. Mandai giù la saliva poi mi alzai facendo sparire ogni traccia. Dopo qualche istante il mio corpo si squagliò a terra e mi dissociai dall’universo.
Entrai nella ionosfera. Uno dei cerchi gassosi attorno alla terra dove si incontrano raggi solari e raggi cosmici. Sentivo un diffuso e totale senso di pace. Ero tutto e niente. Attraverso un tunnel di luce mi trasformai in entità spirituale. Ero aria, vento, spirito, pensiero semplice. Poi vidi in mezzo a un cumulo di nubi una signora bellissima che mi guardava con uno sguardo molto affettuoso e attorno a lei delle creature angeliche che cantavano. Provai ad avvicinarmi, ma per rispetto mi fermai. Era bellissimo stare lì in quel tepore. Senza preoccupazioni, problemi, scadenze, sentenze. Più guardavo quella signora e più mi sentivo amato. Semplicemente amato. Anche se non parlava. Pensai di restare lì per sempre, che non avevo più bisogno di niente, perché finalmente avevo trovato la mia pace.
Tornai sul pianeta terra col suono delle sirene e il medico che mi aveva appena somministrato il Narcan, l’antagonista degli oppioidi. E’ stato come ricevere un milione di spilli in corpo mentre precipitavo da una cascata. Brivido totale. Agghiacciante e traumatico. Esausto mi riaddormentai.
Quando riaprii gli occhi c’erano i miei genitori davanti a me. Vicini. Loro piangevano e io con loro. Un po’ mi vergognavo perché mi avevano scoperto, ma ero anche felice di rivederli insieme e cercavo di tranquillizzarli perché mi sentivo benissimo. Ero stato in un posto splendido e avevo sentito dentro di me che ce la potevo fare e che la cosa più importante è amare e sentirsi amati. A me sembrò la dimostrazione che Dio non ha paura di venirci a prendere nei momenti e nei luoghi più scandalosi della nostra vita. Anche se ci ostiniamo a non volerlo tra i piedi Lui ci ama a tal punto che è disposto ad aspettarci. Perfino a un centimetro dalla morte. E noi, che abbiamo sempre la libertà dalla nostra parte, dobbiamo scegliere: stare con Lui che è infinito o bastare a noi stessi e accontentarci di qualcosa che prima o poi finirà.
La mia vita adesso è complicata perché posso uscire di casa solo tre giorni a settimana per andare a svolgere dei lavori socialmente utili in una cooperativa sociale. Lì cerco di mettere tutto il mio impegno per il bene di chi è messo peggio di me. Per il resto me ne devo stare chiuso nella mia casa-prigione, pagare l’affitto e le bollette. In un modo o nell’altro devo far passare questi ultimi sei mesi. Con le forze dell’ordine che mi vengono a trovare in ogni ora del giorno e della notte. Occupo il tempo facendo alcune piccole manutenzioni, ascolto e compongo musica e progetto il mio futuro. Sì, mi darete del pazzo, ma io guardo al futuro, perché ho deciso di non dichiarare fallimento. Tutto ciò che ho vissuto mi ha insegnato a guardare avanti e a credere che se sono ancora qui, qualcuno mi sta dando un’altra opportunità.
Nel mio cassetto ho ancora una dozzina di sogni da prendere tra le dita e farli diventare grandi insieme a me.

Matteo Donati
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