sabato 18 aprile 2015

L'ITALIA DA RIPROGETTARE E PRESERVARE NELLA NOSTRA STORIA

Entrare nel centro storico di l'Aquila a sei anni di distanza dal terremoto provoca un certo smarrimento negli occhi di chi osserva: ci si aspetta di trovare segni forti di ricostruzione, invece sembra di entrare in un reparto di ortopedia edile, con zone off-limit invalicabili, enormi impalcature, sostegni, muri di contenimento. Un centro completamente svuotato del suo senso, privo di vita e dei suoi abitanti. Un corpo senz'anima. Ci si imbatte in qualche squadra di muratori impegnati in uno dei tanti cantieri o in gruppi di turisti che mestamente visitano le rovine, come si potrebbe fare con i resti di una città antica. Poi, nella piazza centrale, si scorge una scritta, che è il segno di chi non si arrende: “L'Aquila rinasce”. E nella testa di chi legge sorge subito una domanda: “ma quando?”...

Dal 16 al 18 aprile i giornalisti FISC si sono dati appuntamento nel capoluogo abruzzese per riflettere sul tema della ricostruzione dell'Italia a partire dalla tragedia che ha colpito il popolo aquilano. E' stata un'occasione molto importante per capire come si racconta una catastrofe, tenendo conto degli aspetti deontologici legati alla professione e di quelli etici, perché il dovere di cronaca non leda in alcun modo il rispetto della persona. Numerosi gli interventi da parte di illustri rappresentanti del giornalismo nazionale e della politica.

Ma le testimonianze più significative sono state offerte dai giornalisti che alle 3.32 del 6 aprile 2009 si trovavano proprio a L'Aquila e per primi hanno avuto l'arduo compito di raccontare al mondo intero cosa fosse successo quella notte e cosa sarebbe accaduto dopo, mano a mano che la luce del giorno illuminava i contorni di una lunga e dolorosa pagina di cronaca nera.
Indossavano una doppia veste: vittime del terremoto da una parte, testimoni professionali dall'altra, sempre in bilico tra il coinvolgimento del dolore e la freddezza dell'informazione. Ed eccoli uscire dalle loro case, quando ancora non erano giunti i primi soccorsi, col cuore che batteva impazzito, increduli per ciò che vedevano, nel buio totale delle strade. La paura per i familiari e per le proprie abitazioni. La puzza di gas ovunque, le urla della gente e le macchine che fuggivano come impazzite. Le prime ore di totale e completo shock. Ma una forza istintiva li invitava a non arrendersi, nonostante il continuo susseguirsi delle scosse. Il mondo aspettava il loro racconto e ognuno ha prestato la propria voce, chi con la telecamera in spalla e un faretto usato anche per fare luce agli scavi, chi con la macchina fotografica, chi semplicemente con lo sguardo e una penna o un telefonino che stentava a prendere campo.

Oggi la città che tutti ricordano non c'è più e forse gli aquilani non avranno più la loro identità, ma è giusto raccontare la realtà per non dimenticare ciò che è stato e per arrivare alla domanda più importante, che non può restare sepolta sotto le macerie: quale futuro per L'Aquila?


A cura di Matteo Donati
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