mercoledì 4 dicembre 2013

LETTERA DA UN EDITORE


Caro Matteo,
rieccomi a te, ora che ho completato la lettura anche del secondo tuo lavoro. Mi ero detto sicuro che i tuoi libri sarebbero stati per me fonte di ispirazione, e sono contento di dirti che non mi sono sbagliato. E anche se mi ripeto, ribadisco quanto già avevo scritto nella mia precedente: hai fatto davvero qualcosa di importante scrivendo "sulla tua pelle".

Codesto "sulla tua pelle" ha per me un significato molto particolare. Con esso intendo dire non solo che il tuo lavoro è frutto di esperienza, e per ciò stesso di conoscenza diretta del problema affrontato (sia pure esperita dal di fuori), ed è ciò che me lo ha fatto grandemente apprezzare; intendo dire soprattutto che poi tanto fuori dal problema non è che tu ci sia stato.

E qui mi ricollego di nuovo a quanto ti ho scritto la volta scorsa, quando dicevo che avrei cercato conferma, in questo secondo lavoro, di una certa cosa. L'ho trovata la conferma, eccome. Pagina 47 di "Dio non produce scarti", ad un certo punto l'interrogativo unico, vero: "Chi sono io?". Pagina 23 di "Storie in cerca di dignità": ...non riesco a capire chi sono io.
Questo è ciò che dà valore al tuo lavoro, ciò che lo rende enormemente prezioso ai miei occhi. Non è retorica pietistica quella che fai ponendoti tale domanda, dicendo della tua crisi d'identità. Quella la lasciamo ai mestieranti della scrittura, ai religionisti proforma, a tutti quelli che sono incapaci (e sono resi tali dalla paura della responsabilità) di calarsi nelle proprie profondità per vedere se un'anima ci sia davvero, e se sia ancora viva, dopo tanta superficiale presunzione e dopo così tante vane azioni e falsi sentimenti, perché : "Alla fine arrivi alla conclusione che ci vorrebbe un po' più di silenzio, che noi non salviamo nessuno..." (pag. 68). E poco dopo il riconoscimento responsabile di quanto hai scritto: "Io non ce l'ho fatta. Mi è sempre mancato il coraggio o la forza..." (pag. 69).

Quanto ci sarebbe da dire intorno a tale domanda, espressione della massima crisi d'identità degna di un essere umano, quella "Cristica"! Perché non si tratta in alcun modo di una valutazione meritocratica che faccia guadagnare punti agli occhi del Padreterno, bensì di una domanda reale, l'unica domanda veramente reale, quella che mette in discussione tutto il mondo perché mette in discussione il fondamento del mondo, che sono "io". E allora, chi sono io? Di fronte allo specchio che il mondo mi mette davanti, davvero... non riesco a capire chi sono io.

Sorgono degli interrogativi di una portata indicibile, appresso a tale crisi, interrogativi che troppo spesso vengono fugati con la scopa in mano, come si fa con qualche indesiderato intruso sui pavimenti di casa. Immensi quesiti sul destino dell'uomo, che sarebbe interessante fossero recuperati alla ragione comune, come dicevo la volta scorsa.

Tutto ciò ha a che fare con il senso della vita. E mai come questa volta, leggendo della storia di "io" in cerca di dignità, ho sentito, grazie a te, "sulla mia pelle", quanto essa gravi sulle spalle dell'umanità intera, immigrati compresi: "Spesso mi diceva che per lui sarebbe stato meglio morire, così almeno la smetteva di fare una vita senza senso". (pag. 70).

E' troppo facile liquidare la storia drammatica che stiamo vivendo in questi anni, quella dell'immigrazione, come quella di persone attratte come falene dal luccichio del sistema di vita occidentale. Essa è il tentativo estremo della Vita di metterci a confronto con le nostre responsabilità, per farci recuperare quel senso intrinseco, quel significato profondo che l'accompagna, qualunque sia la forma nella quale ci viene data, e che proprio il famigerato sistema di vita occidentale ci ha fatto perdere, avendo ridotto il mondo intero, e l'uomo che ne è il suo riflesso, a "spelonca di ladroni".

Grazie Matteo per questo inquietantemente salvifico interrogativo, che vivi "sulla tua pelle" e condividi con i tuoi fratelli.
 
Ivo Forza
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