martedì 24 dicembre 2013

LA CASA DI SIMONE APRE LE PORTE A CHI VUOLE RICOMINCIARE



La novità di questo natale pesarese è "Casa di Simone". A distanza di quattro anni dall'apertura di "Casa Speranza, in zona Fosso Sejore, alla periferia cittadina, una struttura studiata per dare una risposta ai 'senza dimora', la casa testimonia che risollevarsi è possibile. Lo conferma Matteo Donati, responsabile del Centro di Ascolto della Caritas diocesana, che - alla domanda, che molti gli pongono - sulla sorte dei primi ospiti della struttura, risponde che “si stanno raccogliendo risultati sorprendenti. 
E' vero, qualcuno si è perso (o è finito in carcere o è deceduto), ma tutti gli altri hanno preso sul serio la proposta di cambiare vita. Non hanno perso la "speranza". Sei di loro hanno avviato l'esperienza dell'autogestione guidata, in un'abitazione del centro, in via Luca della Robbia". Si chiama "Casa di Simone" perché  è sostenuta dall’Associazione I Bambini di Simone che a sua volta prende il nome da un giovane prematuramente scomparso. Presidente è Paola Ricciotti che racconta questi primi mesi di attività sottolineando come  “Oltre a questa realtà, in cui gli ospiti vivono senza operatori, ma seguendo un regolamento preciso, altri vivono in appartamenti privati. La condizione che li accomuna è che non sono più persone di strada. Non sono più quelle persone che la gente usa definire 'barboni…”
"Questa novità, spiega don Marco Di Giorgio, direttore della Caritas, non è dovuta solo al fatto che finalmente hanno un posto dove dormire e mangiare, ma soprattutto a una condizione mentale diversa, perché hanno ritrovato la dignità, qualcuno addirittura un lavoro, uno stage, mentre altri sono in continua ricerca. Li stiamo accompagnando in un lungo percorso che dura ormai da anni".
"Non basta, precisa Matteo, una settimana per rimarginare certe ferite. L'accompagnamento è un cammino quotidiano, attraverso una fitta rete di collaboratori volontari. Si richiede un impegno forte, che si concretizza, ad esempio, nella decisione iniziale di non frequentare più i tipici luoghi di emarginazione (parchi, mensa, centro di ascolto, alcol...). Poi si passa attraverso l'individuazione di un programma personalizzato, perché ogni persona ha le sue caratteristiche, le sue esigenze, e termina con l'autonomia. I risultati che stiamo ottenendo ci incoraggiano, indicano che siamo sulla strada giusta. Intanto siamo riusciti a abbattere il luogo comune secondo il quale questa gente non subisce, ma sceglie la strada. Certo, forse dice di sceglierla perché non ha alternative. Pensa di sceglierla. Quando, tuttavia, si propongono alternative non retoriche, ma concrete, gli si illuminano gli occhi. Ecco, conclude Matteo, questa e la strada che abbiamo scelto, continuiamo a seguire la stessa direzione e pensiamo, oggi più di ieri, che alla fine, sia valsa la pena cominciare.

Vincenzo Varagona, giornalista RAI, su Avvenire del 24 dicembre 2013
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