giovedì 26 settembre 2013

8 - MOHAMED (seconda e ultima parte)



Se avete letto Dio non produce scarti forse ricorderete la storia di Mohammed, un ragazzo di origini marocchine con gravi problemi di alcolismo. Lo trovai di fronte all’ospedale riverso in mezzo a una siepe in un giorno di forte pioggia. Ancora riesco a ricostruire nitidamente la scena per quanto ne rimasi impressionato; davvero pensavo di aver scoperto un cadavere. Era tutto zuppo, avvolto nelle coperte e ci mise parecchio tempo prima di darmi un cenno di vita. E’ stato uno dei momenti più forti che abbia mai vissuto tra le strade di Basùra. La sua storia finiva molto in fretta: pochi giorni dopo il nostro incontro la Polizia lo sorprese mentre dormiva dentro l’ospedale e dato che il suo permesso di soggiorno era scaduto lo portò via. Io credevo per sempre, ma non fu così...


...Nel giro di due o tre mesi tornò completamente trasformato: non era più lo stesso Mohammed. Pulito, ordinato, dritto, lucido. Non lo avevano rimpatriato, ma semplicemente trasferito a Gorizia in un centro per immigrati dove venne curato, disintossicato dall’alcol e rimesso in forza. Naturalmente fece piacere a tutti vederlo in forma smagliante. Diceva di voler ricominciare, desiderava lasciarsi il passato alle spalle. Ero contento che fosse pieno di nobili intenzioni. Pensavo che alla fine, anche i più malridotti potevano avere un attimo di lucidità o l’occasione giusta per chiudere in maniera definitiva con la vita di strada. Forse era la volta buona che la sua vita avrebbe preso una piega nuova. Poteva ritornare ad essere un emigrato come tanti che cerca di creare qualcosa lontano dalla sua terra in maniera onesta, lavorando, facendo qualche sacrificio. Ma i buoni propositi durarono ben poco. Non avendo altro posto dove andare se non il giardino del solito ospedale, dopo una settimana ricominciò a bere. Un po’ alla volta i pezzi di dignità che gli erano stati ricuciti addosso si staccarono dal suo corpo. E’ stato orribile assistere al graduale fallimento di tutto il percorso che aveva fatto per tornare a essere uomo. Lo stato di salute continuava a peggiorare a vista d’occhio fino a quando si fece avanti a grandi passi una malattia che colpisce chi come lui beve a dismisura per tanto tempo: il dottore che fece la diagnosi la chiamava neuropatia. L’alcol a un certo punto ti afferra i nervi e non li molla più e un po’ alla volta ti trasforma in un burattino che da solo non riesce a muoversi.

Mohammed è sprofondato in uno stato di trascuratezza totale che lo ha portato a perdere l’uso delle gambe e l’equilibrio. Lo accompagnai personalmente alla visita neurologica e ricordo che non riusciva nemmeno a toccarsi la punta del naso con la mano. Quando il medico gli picchiettava le ginocchia con il martelletto per verificare i riflessi le sue gambe restavano immobili a lungo, poi magari facevano uno scatto improvviso. Aveva completamente smarrito la percezione dello spazio e il controllo degli arti.  Ha passato un anno terribile fatto di notti all’addiaccio e solitudine, regredendo ad uno stadio ben peggiore di quando ci siamo conosciuti.

Non è semplice trattare con persone che vivono sulla loro pelle questi drammi. Quando credi di aver trovato la soluzione giusta, basta poco per avere una fredda smentita. A volte arriva come uno schiaffo in faccia e rimette in discussione tutte le tue certezze e la tua presunzione di saperla lunga. Tu che non sai cosa significa essere schiavo di una sostanza che vuole vederti morire. Tu che hai studiato e fatto corsi e ricevuto grazie e appendi diplomi di merito nel tuo ufficio. Alla fine arrivi alla conclusione che ci vorrebbe un po’ più di silenzio, che noi non salviamo nessuno, caso mai siamo degli strumenti e se abbiamo avuto la fortuna di essere in una posizione privilegiata dobbiamo semplicemente metterci al servizio di chi quella fortuna non l’ha avuta.

L’inverno scorso abbiamo ospitato Mohammed in una casa di accoglienza. A tutti sembrava una soluzione, ma è bastato poco per rendersi conto che in realtà era un palliativo. La convivenza ha messo a dura prova tutti gli operatori e gli altri ospiti della struttura: per quanto innocuo e mai sgarbato con le persone, era sempre ubriaco, bisognava portarlo a braccetto, di notte faceva incubi terribili, sognava mostri che volevano ucciderlo, urlava e non sentiva più gli stimoli per andare al bagno. Molte volte spariva, nessuno sapeva dove fosse e dormiva fuori nonostante avesse un letto in cui poter riposare. Passato l’inverno, dopo la chiusura della casa di accoglienza è tornato a vivere per strada.

I mezzi che la Caritas ha a disposizione ovviamente sono limitati e per quanto ci si sforzi di accompagnare una persona come lui verso una via d’uscita, ti rendi conto che ha bisogno di un’assistenza diversa, ventiquattrore su ventiquattro, affiancato da persone con competenze mediche specifiche; ma anche questo non sarebbe sufficiente a guarire la sua solitudine, il non aver nessuno che gli voglia bene per quello che è, nonostante tutto. Anche i servizi sociali si sono presi a cuore il suo caso, insieme abbiamo valutato tante ipotesi, ma senza arrivare a quella ideale. Io, come tante altre volte mi accade, mi sono sentito impotente; chiunque lo vedeva ai giardini mi diceva: “non è possibile lasciarlo così, dovete fare qualcosa, non passerà l’inverno. Guarda che quello muore senza che nessuno se ne accorga!”.

Nel frattempo, circa due volte alla settimana, io o altri miei collaboratori lo andavamo a prelevare dal giardino prendendo in prestito una sedia a rotelle dall’ospedale. Poi lo accompagnavamo al Centro di Ascolto dove un volontario con un cuore e uno stomaco molto grandi lo lavava completamente. Io non ce l’ho mai fatta. Mi è sempre mancato il coraggio o la forza per compiere un gesto tanto umiliante quanto espressione massima di un senso di carità profondissimo: lavare un uomo in quelle condizioni e ridargli dignità per me è un atto eroico, che nessuno vede e te ne da merito, ma che riassume in maniera squisita il senso profondo delle Beatitudini.



Intanto i giorni e le settimane scorrevano e non si vedeva mai uno spiraglio. Ad aggravare la situazione di per sé già drammatica, c’era che Mohammed non era in possesso di documenti e la sua condizione di irregolare lo escludeva dall’ingresso in una qualsiasi struttura di accoglienza protetta. Spesso mi diceva che per lui sarebbe stato meglio morire, così almeno la smetteva di fare una vita senza senso. Mi rendevo sempre più conto che i nostri servizi non erano in grado di sostenere una situazione così complessa che stava degenerando in un problema di ordine pubblico e non di semplice assistenza umanitaria. In cuor mio ho avuto la sensazione che chi poteva o doveva intervenire, non lo facesse preferendo lasciarlo così, facendo finta di non vedere. Forse una notte come tante altre si sarebbe addormentato per non svegliarsi più. Morto come una bestia con solo l’anima addosso. A quel punto il problema sarebbe stato risolto. Caso mai ne scappava fuori un articoletto sul giornale che parlava dell’ennesimo barbone deceduto inspiegabilmente in mezzo alla strada e pace all’anima sua. Così mi sono deciso a scrivere una lettera indirizzata al Questore e al Prefetto. L’ho meditata un po’ cercando di scegliere bene le parole. Mi sono confrontato anche con altre persone perché mi sembrava una cosa delicata. Volevo informare le massime autorità affinché si muovessero un po’ le acque, così qualcuno si sarebbe accorto di lui.

Stavo per consegnare le lettere quando un suo compaesano che lo conosceva da tempo, mi ha dato il numero di telefono di un fratello di Mohammed di nome Alì dicendomi che viveva in Italia. L’ho chiamato immediatamente e ci siamo dati un appuntamento per l’indomani nel mio ufficio. Così il giorno seguente l’ho accompagnato da Mohammed insieme a una volontaria, doveva vedere con i suoi occhi. Alì sapeva che suo fratello non se la passava troppo bene, ma non immaginava fino a quel punto. Arrivati ai giardini ci siamo messi in disparte, guardando la scena un po’ distanti. E’ stato toccante: Alì si è avvicinato a Mohammed che era pieno di mosche che gli ronzavano attorno attirate dalla puzza. Era addolorato e commosso. Ho pensato a come mi sarei sentito io nel vedere uno dei miei fratelli conciato in quel modo. Hanno parlato a lungo, poi Alì si è alzato e ci è venuto incontro dicendo: “Lo porto via, in Marocco, là ci sono ancora i nostri genitori, abbiamo una casa, non gli mancherà nulla”. Che sollievo! Non mi sembrava vero. Quando ormai tutte le speranze sembravano vane tutto si è aggiustato nel modo più semplice e ogni forma ha preso il suo incastro.

Inizialmente è stato necessario insistere perché Mohammed a casa non ci voleva tornare, almeno non in quel modo. So che per la loro cultura il fatto di tornare in patria dopo tanti anni senza niente è come dichiarare il proprio fallimento di fronte alla comunità. Chi va in Italia lo fa per migliorare la propria posizione e per aiutare chi invece è rimasto. Se rientri peggio di come sei partito è una vergogna. Ma non c’era più tempo per tergiversare e alla fine anche lui si è abbandonato all’idea che fosse la scelta migliore.

Giusto il tempo di ottenere un permesso di viaggio speciale dall’Ambasciata e nel giro di pochi giorni Alì e Mohammed sono partiti con l’aereo verso il Marocco.

Questa era la seconda e credo anche ultima parte di questa storia e per come sono andate le cose, vorrei concluderla con le stesse parole che ho usato per la prima.

Addio signor Mohammed, non ci rivedremo più. Avrei voluto chiederti un po’ di cose, ma va bene così.

Ti auguro il meglio, non mollare, davvero.
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