mercoledì 25 settembre 2013

7 - PADRE

Sono una persona fortunata. Non mi è mai mancato nulla e la vita mi ha fatto sempre molti regali. La maggior parte non li merito nemmeno. Il più grande di tutti credo sia quello di aver incontrato la persona che amo e di aver avuto con lei due figli che adoro e con i quali mi diverto un sacco a giocare, portarli in giro, fargli qualche regalo ogni tanto. Sono cose che dopo un po’ di tempo diamo per scontato. Diventano normali, come se essere felici fosse una cosa dovuta, quasi banale. Ultimamente ho imparato da alcune persone che non è così. E le ringrazio per questo.

Al Centro di Ascolto di cui sono responsabile incontro quotidianamente una marea di persone. Chi conosce questo luogo sa perfettamente quanto sia difficile averci a che fare. La maggior parte degli ospiti vive per strada e si comporta secondo le sue regole che sono molto ciniche, a volte spietate. Se non stai attento ti possono rubare anche le mutande, e non è un modo di dire. Molti soffrono di patologie mentali, altri dipendono da sostanze, altri ancora hanno subito dei traumi che non riescono a superare. Spesso per ottenere qualche cosa, anche la più banale, ricorrono alla violenza. Ho assistito in questi anni a scene incredibili e se non mi è mai accaduto niente di male, è perché sono stato fortunato. Avviene come un fulmine a ciel sereno che qualcosa di folle scatta dentro il cervello di qualcuno e succede il finimondo. Urla, offese, bestemmie, pugni, sputi…e tu sei lì con il cuore che batte a mille, hai paura, ma non devi darlo a vedere. A volte ti manca anche il tempo per pensare. Vivi attimo dopo attimo con la speranza che tutto finisca al più presto. Cerchi di portare la calma, dividi chi se le vuole cantare. Poi, quando tutto è passato, le mani continuano a friggerti per un po’, per la tensione che si è accumulata e quando scende l’adrenalina ti senti sempre più stanco e hai la sensazione di aver lavorato tutto il giorno. Di solito esco a fare due passi, se ne ho la possibilità mi sfogo con qualcuno dei volontari, anche se tante volte vorrei solo piangere. In molte occasioni l’aiuto dei Carabinieri e della Polizia è stato prezioso, ma a volte non hai nemmeno il tempo di avvertirli perché certi episodi si verificano quando meno te l’aspetti.

Però in mezzo a tanta gente disperata ci sono anche persone buone e rispettose. Il mio compito principale è quello di ascoltare chi si rivolge al Centro per chiedere aiuto ed è proprio a partire da questo che ho conosciuto la vita di tanta gente in difficoltà e la posso raccontare. Alcune storie mi hanno insegnato tanto, e mi hanno fatto conoscere realtà che prima nemmeno potevo immaginare. Così, come dicevo all’inizio di questo capitolo, c’è chi mi ha fatto capire che non posso dare per scontato nulla di quello che ho, soprattutto il regalo delle persone care.

Sofièn mi ha insegnato che cos’è il coraggio. Ci siamo conosciuti perché veniva a cercare lavoro. Quello è sempre stato il suo unico obiettivo. E’ nato a Casablanca, ma si è trasferito a Basùra molti anni fa, quando ancora non era maggiorenne. Ha avuto tutto il tempo per inserirsi pienamente nella nostra realtà e conoscere alla perfezione la lingua. Avendo la passione per la gastronomia ha frequentato corsi di cucina che gli hanno consentito di ottenere diplomi professionali e di lavorare in tante cucine come aiuto cuoco. Si è anche innamorato di una ragazza italiana con la quale ha avuto una splendida bambina di nome Sara e hanno deciso di andare a vivere insieme. Le cose sono filate lisce fino al giorno in cui Sofièn non ha perso il lavoro, nel pieno della maledetta crisi economica. Venendo a mancare uno stipendio fisso tutto si è sgretolato, anche il rapporto con la sua compagna, ma specialmente quello con i suoceri. Passano i mesi e terminano anche gli assegni di disoccupazione e Sofièn viene gentilmente invitato ad andarsene di casa finchè non sarà in grado di mantenere la propria famiglia. Quando si rivolge al Centro di Ascolto lo fa perché sa di non avere più alternative. Vuole soltanto un lavoro. La cosa che desidera più di ogni altra è poter tornare a vivere con la sua famiglia. Ha trovato un piccolo appartamento a basso costo e mi chiede una mano per affittarlo almeno per un mese, poi si vedrà. Non vuole andare a dormire per strada, non vuole cadere in quel tipo di vita. Ha paura di non riuscire a tornare più indietro. Decido di aiutarlo. Nel frattempo tra noi nasce una bella amicizia e per ricambiarmi propone di prestarsi gratuitamente come cuoco in due sagre paesane a cui ho partecipato insieme ad altri amici. Si è rivelato un lavoratore instancabile, serio e competente. Ha subito stretto amicizia con tutti i volontari impegnati nelle cucine e si è fatto voler bene. Terminato il mese di affitto mi comunica di aver maturato una scelta importante: ha deciso di partire in Germania, dove un suo familiare oltre a garantirgli un alloggio gli avrebbe trovato un posto di lavoro. Me lo dice trattenendo a stento la commozione, pensa ai giorni interminabili in cui non potrà più vedere sua figlia Sara. Ma lo fa soltanto per lei. Pur di riaverla è disposto a starle lontano per un lungo periodo. Mi ricorda quando pochi decenni fa molti padri di famiglia italiani erano costretti a fuggire all’estero per non morire di fame. Mi fa tornare in mente quando per vari motivi non riesco a vedere i miei figli anche solo per una settimana. Quando li riabbraccio mi sembra passata una vita intera e li stringo forte. Pochi giorni prima di partire mi è venuto a trovare con Sara ed è lì che ho visto quanto coraggio c’è nel suo animo. E’ convinto di aver fatto la scelta giusta. Ormai ha già acquistato il biglietto. Forse tornerà a Natale. Passeranno cinque mesi infiniti. Quando lo saluto gli regalo una foto. C’è una cucina un po’ improvvisata nel retro di una locanda. Ogni anno durante la rievocazione storica in un paese di collina a pochi chilometri da Basùra la gente va a guardare le sfilate in costume, i fuochi d’artificio le bancarelle artigianali e a mangiare la piadina romagnola. Sofièn è lì con tutti gli altri ragazzi, sorride, ha un forchettone in mano per girare le salsicce.


Fatima mi ha insegnato che cos’è la forza d’animo. Anche lei si è rivolta al centro di ascolto perché da un anno è disoccupata. Ha 27 anni, la mia stessa età e un figlio di nove anni. Il marito, di origini pugliesi l’ha lasciata dopo pochi mesi di matrimonio. Non si è fatto più vedere e da tempo non le manda nemmeno gli assegni di mantenimento per il bambino. Dice di essere disoccupato e la macchina burocratica alla quale lei si è rivolta per riottenere questo suo diritto è lenta. Toglie ogni speranza. Da quando la fabbrica in cui Fatima lavorava come dipendente ha chiuso è stata costretta ad attingere dai pochi risparmi che aveva messo da parte. I servizi sociali del suo Comune non hanno molte risorse, ma in ogni caso non vuole chiedere aiuto a loro. Ha paura che le tolgano il bambino. “Questo mai”, dice con rabbia “a costo di non mangiare più. Sono disposta a fare qualsiasi tipo di lavoro, purché onesto. Adesso rischio anche lo sfratto perché i due mesi scorsi non ho nemmeno pagato l’affitto. Mi vergogno, perché io ce l’ho sempre fatta da sola, non ho mai chiesto aiuto a nessuno. Quando vado in giro con mio figlio e passando davanti a un bar mi chiede di comprargli una pizzetta, io devo dire che è tardi, che non facciamo in tempo, che si è fatta l’ora di tornare a casa. Sai cosa significa piangere col cuore senza far uscire le lacrime? Mi capita spesso, sai? Non voglio che mio figlio si accorga che siamo poveri. Però lui è intelligente, certe cose le capisce senza che io apra bocca. A scuola è uno dei migliori della classe, la maestra mi fa sempre i complimenti. Dice che è un bambino buono, molto educato. Ogni tanto lo porto a passeggiare al parco dove ci sono altri bambini della sua età. Hanno tutti una bicicletta. Lui no. Non gliela posso comprare. Se la fa prestare dagli altri. Un giorno mi ha chiesto se per il suo compleanno potevo regalargliene una nuova. Ha insistito molto e non sono riuscita più a trattenermi. Gli ho detto che non avevamo abbastanza soldi. Lui è rimasto zitto, mi ha guardata tristemente ed è tornato a giocare. Da allora non mi ha più chiesto nulla. “Ti chiedo aiuto non per me, ma per mio figlio, fallo per lui, aiutami a cercare un lavoro. Io non mi arrendo per nessun motivo. Voglio che lui sia felice, so per certo che potrà farsi una vita migliore della mia. Davvero, per me lui è speciale. E’ mio figlio”.


Khalid mi ha insegnato che cosa vuol dire essere padre. Anche lui è uno dei tantissimi immigrati privo di occupazione. Ha due figli piccoli: un maschio di pochi mesi e una bambina di sei anni che quest’anno inizia la prima elementare. Entrambi sono nati in Italia. Quando la sua ditta è andata in fallimento, vedendo che il problema non era solo temporaneo, ma molto generalizzato, ha pensato di rientrare in patria, nel nord Africa, per rifarsi una vita e ricominciare da capo. Ma si è trovato di fronte a un problema inaspettato: sua figlia laggiù non ci voleva stare. Piangeva tutti i giorni perché casa sua era in Italia, i suoi amici erano in Italia, la sua vita era in Italia. Lei era e sarà sempre italiana. Così è stato costretto suo malgrado a tornare qua e continuare a stringere i denti. Ha preferito pensare al bene per i suoi bambini che sentono le loro radici nella nostra cultura. Adesso non fa altro che girare in continuazione tutte le ditte delle varie zone industriali, fino allo sfinimento. Lascia curriculum, da la sua piena disponibilità a svolgere qualsiasi genere di mansione, ma le risposte che riceve si assomigliano un po’ tutte, come una cantilena: “Si figuri, lasci pure il suo numero di telefono, ma come ben sa il momento è critico, ci sono già tanti dipendenti in cassa integrazione ed è difficile che vengano fatte nuove assunzioni, al limite la richiameremo noi”.

Ogni due settimane Khalid viene al Centro di Ascolto a ritirare il pacco viveri, ma non gli basta per sfamare la sua famiglia. Del resto il nostro aiuto consiste in poche cose indispensabili e sfido chiunque a farsele bastare per quindici giorni. Sono mesi che non paga l’affitto e pur confidando nella pazienza del padrone di casa, teme che da un giorno all’altro l’ufficiale giudiziario inoltri lo sfratto esecutivo. Non riesce nemmeno a pagare le bollette; l’unica fonte di reddito sono le poche ore in cui sua moglie si presta come donna delle pulizia a casa di una famiglia, ma guadagna comunque troppo poco.

So che per lui non è stato facile venirmi a chiedere un piccolo contributo per comprare del materiale scolastico. Me lo ha chiesto guardando in basso. Le parole gli uscivano silenziose. Sua figlia doveva iniziare la scuola, ma le mancavano i quaderni, un astuccio, il grembiule e lo zaino. Non li voleva di marca, per carità, “solo che tutti hanno queste cose e mi vergogno che proprio lei sia senza” mi disse. “Le maestre penseranno che a noi non ce ne frega niente, ma non è così… non c’è lavoro adesso”. Mi è salito un groppo in gola, per un po’ ho smesso di ascoltare le sue parole che arrivavano taglienti come lame: nella mia testa si è formato un vortice che mi ha prelevato e cambiato di posto. Ora ero io che guardavo negli occhi il responsabile del Centro e cercavo di convincerlo che stavo dicendo la verità, che di me non mi importa, posso anche stare a digiuno, ci sono abituato, ma i miei bambini no, loro devono crescere, hanno tutta la vita davanti, non è giusto che debbano soffrire a causa nostra, loro non c’entrano niente con la crisi economica, che cos’hanno di diverso i miei figli rispetto a tutti gli altri? Chiedo un piccolo aiuto, per loro, perché sono convinto che la scuola sia importante. Sono sincero, per me non terrò un centesimo. Mi devi credere.

Un altro vortice mi confonde e mi trasporta via. Rimango come sospeso. Vedo la scena dall’alto: ci sono due uomini seduti frontalmente. Li divide una scrivania di finto legno, colore chiaro. Entrambi sono papà di due creature che a guardarli bene assomigliano a due angeli. Due miracoli. Stanno parlando, si ascoltano l’un l’altro. Ogni tanto ci sono degli intervalli di silenzio, mi concentro, ma non riesco a capire chi sono io. Forse perché tra loro, in verità, non c’è nulla di diverso.

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