venerdì 17 agosto 2012

SHEILA

   
Finalmente sta tornando la primavera e con essa la voglia di uscire di casa. Uno dei luoghi che più amo di Basùra è il mare. Per descriverne la bellezza ci vorrebbero alcune decine di libri. Un quadro al giorno. Bisognerebbe dedicargli delle canzoni. Poesie. Mi piace fargli visita ogni tanto, mi fa dimenticare tutto il resto.
    Oggi, mentre mi facevo cullare dalla sua bellezza ho visto una ragazza di colore piangere. Se ne stava seduta in una panchina con un’amica che tentava invano di consolarla. In quel momento ho pensato che stavo di fronte a due cose che a volte fanno piangere: una donna e il mare.
    Mi avvicino con discrezione chiedendo se posso essere d’aiuto. La ragazza in lacrime si chiama Sheila, parla soltanto la sua lingua d’origine, ma fortunatamente Kristal, sua compaesana, parla anche inglese. Entrambe vengono dal Ghana. Kristal mi dice che conosce Sheila da pochi giorni, ovvero da quando ha deciso di accoglierla in casa sua impietosita per quello che le è successo. Me lo racconta con parole commosse: “Sheila è arrivata in Italia da pochi anni e ha trovato subito lavoro come badante vicino a Pordenone. Le cose le andavano bene: viveva in maniera dignitosa e riusciva a inviare qualche risparmio alla sua famiglia rimasta in Africa. Un giorno ha conosciuto un ragazzo del suo paese che l’ha convinta a seguirlo fino a Basùra dove le avrebbe trovato un lavoro sicuro. Lei ha accettato, ma in poco tempo si è accorta di aver sbagliato tutto. Era tutta una messa in scena. L’unica cosa che interessava al ragazzo era il suo corpo”
    Mentre Kristal racconta, Sheila è profondamente triste e a tratti singhiozza, incapace di trattenere la sua rabbia. Era diventata la schiava di quell’uomo. Lui usciva di casa e la rinchiudeva a chiave.
    La costringeva tra quelle mura fino a sera, quando tornava dal lavoro. Una volta rientrato pretendeva che la cena fosse pronta e che lei fosse a sua completa disposizione, in ogni momento, ad ogni ora della notte, ciclo o non ciclo. Lei non si poteva sottrarre da quella tortura. Aveva paura di reagire temendo violenze peggiori. Un giorno però, dopo mesi d’inferno, non ce l’ha fatta più.
    E a questo punto della storia viene fuori la sua forza gigante: corre in bagno, apre la finestra al secondo piano. Sale sul davanzale anche se soffre di vertigini. Si aggrappa alla grondaia, ma poi perde la presa, scivola e precipita a terra. Per fortuna non si fa male. Scappa. Corre via. Lontano. Non sa dove. Non conosce Basùra. Raggiunge la stazione. Vuole salire sul primo treno. In quel momento passa per caso Kristal che quando la vede piangere si avvicina con discrezione chiedendo se può essere d’aiuto. Ascolta la sua storia e decide di ospitarla a casa sua per qualche giorno. Escono a fare una passeggiata, si siedono in una panchina di fronte al mare. Io mi avvicino con discrezione. E adesso? Mi chiedono un consiglio. Cosa devono fare? Dove andare? A chi rivolgersi? Non so cosa dire. Questa storia mi ha scosso e imbarazzato allo stesso tempo. Credo che nel mondo esistano uomini che sono bestie. Forse è meglio sporgere denuncia.
    Tento di convincerla, ma Sheila non vuole, ha paura e teme una vendetta. Lui la potrebbe trovare prima o poi. Provo a insistere, ma non smuovo niente. Lei ha degli amici a Palermo e sta pensando di raggiungerli.
    Preferisce scappare lontano. Più lontano che può. “D’accordo” le dico a bassa voce “Allora vai, fuggi e buona fortuna. Non ti arrendere mai!”.
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